La generazione precedente

“Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa, anche se assume pose gladiatorie e smania per la grandezza. È il solito rapporto tra il grande uomo e il cameriere. Fare il deserto per emergere e distinguersi”.

Antonio Gramsci

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Visto che l’argomento è d’attualità e qualcuno me lo chiede

Visto che in questi giorni l’argomento è d’attualità e qualcuno me lo chiede, il libro su Matteo Renzi – prima biografia sul sindaco di Firenze candidato alle primarie del centrosinistra – si può trovare ancora a giro: qui, qui e qui. Ciao!

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L’intervista a Tempi

Oggi il sito di Tempi mi ha intervistato su Matteo Renzi dopo la convention di Verona.

Matteo Renzi ha lanciato la sua sfida: vuole rinnovare il Pd, cambiarlo, staccarlo dalla lugubre tradizione social-democratica che finora l’ha mosso. Ieri ha scelto Verona per promuovere la sua candidatura alle primarie del Partito democratico in vista delle prossime elezioni politiche, non disdegnando però di strizzare l’occhio ai delusi del centrodestra. «Ma forse quelle parole sono state fin troppo enfatizzate dai giornali. Alla fine, era abbastanza contrariato nel vedere come la stampa continuasse a soffermarsi solo su quelle». A parlare è David Allegranti, giornalista del Corriere Fiorentino e autore di una biografia sul sindaco di Firenze, uscita nel 2011 (Matteo Renzi, il rottamatore del Pd). Ieri era a Verona a seguire la convention del candidato del Pd e a tempi.it offre le sue impressioni su quanto successo.

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Il rottamatore Matteo Paul Ryan Renzi

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Dice Ezio Mauro, oggi

Il fatto è che l’onda anomala del berlusconismo ha spinto nella nostra metà del campo (che noi chiamiamo sinistra) forze, linguaggi, comportamenti e pulsioni che sono oggettivamente di destra. Una destra diversa dal berlusconismo, evidentemente, ma sempre destra: zero spirito repubblicano, senso istituzionale sottozero (come se lo Stato fosse nemico), totale insensibilità sociale ai temi del lavoro, della disuguaglianza e dell’emancipazione, delega alle Procure non per la giustizia ma per la redenzione della politica, considerata tutta da buttare, come una cosa sporca.

Si capisce perfettamente che per chi ha questa posizione la cosiddetta “casta” non contempla differenze al suo interno, chi ha umiliato il parlamento sostenendo col voto che la ragazza Ruby era nipote di Mubarak è e deve essere uguale a chi ha resistito votando contro: facendo di ogni erba un fascio in modo da legittimare il lanciafiamme che redima il sistema.
Io penso al contrario che il compito di ogni organizzazione culturale, politica, giornalistica, intellettuale, sia quello di fornire ai cittadini non la famigerata “narrazione”, bensì gli strumenti utili per poter distinguere, che è l’unico modo per potere davvero giudicare, dunque prendere parte.

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Trova le differenze

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Dubbi post visione su The Dark Knight Rises

Dopo oltre un mese dall’uscita negli Stati Uniti, ieri finalmente sono riuscito a vedere The Dark Knight Rises, terzo episodio della saga firmata da Christopher Nolan. Dei tre è quello che mi è piaciuto meno (il primo è il mio preferito). Sortito dal cinema, mi è rimasta la sensazione che Nolan, nonostante la lunghezza del film (165 minuti), abbia voluto dire troppe cose, e tutte insieme.
Wayne si è ritirato dal mondo, ha deciso che là fuori non c’è niente per lui, s’è rintanato in una delle stanze della sua super villa, il nome di Batman da otto anni è macchiato per un omicidio che non ha commesso, quello di Harvey Dent, ma di cui si è preso la colpa. Tuttavia per quanto acciaccato e con le ginocchia senza più cartilagine, il mondo, o meglio Gotham City, richiede di nuovo la sua presenza. Una tempesta sta per abbattersi sulla città, e il pipistrello con i suoi bat-aggeggi deve tornare per le strade. Il nemico – non l’unico, e neanche il principale, come poi si vedrà – questa volta si chiama Bane, energumeno che riesce a respirare soltanto grazie a una maschera. Ecco, di tutti i personaggi – non gli attori, beninteso, meravigliosi dal primo all’ultimo – quello di Tom Hardy mi sembra il meno riuscito. Lo spettatore lo apprezza molto di più nelle vesti di capo di un esercito mercenario, quando è nelle fogne, che non quando si mette a fare il capopopolo, una via di mezzo fra Robespierre e un qualunque leader populista anticapitalista. Bane, detto in breve, mi è parso una macchietta, quando arringa la folla per avviare il linciaggio dei ricchi con l’aiuto di mille carcerati appena evasi dalla prigione-Bastiglia.
La storia, nel complesso, segue schemi catastrofico-apocalittici abbastanza ben collaudati e non troppo originali. I cattivi vogliono colpire al cuore una città occidentale, secondo loro marcia e irredimibile, e l’unico modo per purificarla è farla saltare in aria, nascondendosi dietro la parvenza ideologica di demagogia populista: i ricchi affamano i poveri, c’è un 99 percento di persone che è rimasto fuori da decisioni prese dall’uno per cento della popolazione. Richiami multipli e diffusi, quindi; dalla Rivoluzione Francese all’Undici settembre, ai movimenti anticapitalisti. E quindi, secondo lo schema ben collaudato di cui sopra, c’è una bomba da disinnescare, immancabilmente c’è un conto alla rovescia, c’è una guerra per bande, c’è un salvatore, ma forse – cristologicamente – si potrebbe dire che c’è un Salvatore, con la s maiuscola. Che da solo, però, non può farcela. L’eterna lotta del bene contro il male non può essere sempre affrontata da soli, gli eroi come Batman, specie quando iniziano a invecchiare, hanno bisogno – più che mai – di fedeli commissari (Gary Oldman), poliziotti “teste calde”(Joseph Gordon-Levitt) e ladre impenitenti che faranno di tutto per metterli nei guai (la cripto Catwoman Anne Hathaway).

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