Addio alle armi (o quantomeno a Facebook)

Una volta scrissi, sul mio giornale, che non sarei mai entrato su Facebook, dissi che preferivo il puzzo della gente piuttosto che il surrogato digitale di “amicizie” irreali. Un anno dopo ci ripensai, complice anche il fatto che la politica in parte si è spostata – a livello di chiacchiera e in certi casi di notizia – sui social network. Lì nascono, purtroppo, alcune polemiche, dibattiti. Niente di sensazionale, beninteso, o destinato a fare epoca. Però utile come carne da macello, nella quotidianità, per comporre articoli, racconti, spunti. Ma l’ossessione collettiva del “tempo reale”, una nuova economia in cui siamo finiti, la dipendenza da clic, da aggiornamento di stato, la gara alla battuta più brillante mi ricordano tutte le cose che piano piano ho iniziato a detestare in questi anni. La chiacchiera da talk show, dove per “funzionare” bisogna essere veloci, efficaci, spesso a scapito dell’approfondimento, l’eccesso di demagogia come strumento per prevaricare l’altro. E poi, cacchio, c’è tutto quell’ottimismo, strutturale, che inizia a pesare, e non c’è bisogno di essere troppo malinconici o pessimisti – come pure io sono – per capire che c’è qualcosa che non torna. Come ha detto Geert Lovink in un’intervista a La Lettura, “i social media ci immergono in un regime New Age in cui si può essere solo positivi. Ma come si fa a cliccare “Mi Piace” su notizie di terremoti, amici malati o che hanno subito un incidente? Perché non abbiamo a disposizione un pulsante “Non mi piace”? L’unica alternativa che abbiamo per dire che non apprezziamo una persona o un prodotto culturale è ignorarli”. Questo, a dire il vero, succede anche nei giornali; si recensiscono libri, gelaterie, pizzerie, che comunque piacciono, siamo diventati delle Guide Michelin, pubblicizziamo ciò che piace, e la deriva Mollica è lì dietro l’angolo, il “meraviglioso” è utilizzabile per qualunque libreria dell’Ikea tutt’altro che produttrice di meraviglia. Insomma, tutto questo super pippone per dire che mi sono un po’ scocciato, che l’esperimento su Facebook è stato sufficientemente interessante, e che forse è durato abbastanza. E che l’Internet si può studiare, apprezzare, conoscere, anche senza farsi ossessionare dai suoi ritmi impazziti, dove le parole perdono di significato (“amici”) e le reti sociali sono così fragili che basta un post per mandarle in frantumi. Insomma, c’è bisogno di altro, per questi tempi così malandati, nei quali siamo preda della sindrome dello spettatore totale, che tutto vede e poco, davvero, comprende.

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