Assessore con Renzi, una vita da precario

Sono due i mestieri più precari del mondo: l’allenatore del Palermo con Zamparini presidente e l’assessore con Renzi sindaco. E poco importa se le dimissioni sono indotte, caldeggiate o perentoriamente richieste, oppure se sei tu il primo a cedere: essere traballanti è una condizione esistenziale di chi mette piede al Renzo Barbera o si muove nelle stanze di Palazzo Vecchio. Come uno yogurt, prima o poi arriverà la data di scadenza.
Con Renzi capita dai tempi della Provincia: da presidente in cinque anni cambiò mezza giunta, buttando fuori da Palazzo Medici Riccardi anche assessori dei Ds, che a quei tempi non erano un partitino di contorno ma arrivavano al 37 per cento. In Palazzo Vecchio, nel 2009, erano arrivati in dieci — cinque donne e cinque uomini — ma come nella filastrocca dei piccoli indiani di Agatha Christie in due anni e mezzo i dieci poveri assessori hanno iniziato ad andarsene; uno ha fatto indigestione, uno è caduto addormentato, uno è rimasto indietro, uno è stato colpito da una scure, uno è stato punto da una vespa e un altro è stato fermato dal tribunale.
Sei assessori hanno lasciato dall’inizio dell’avventura renziana. In principio fu Barbara Cavandoli, pistelliana con delega allo sport, che nel gennaio 2010 salutò tutti con una lettera scritta nella notte — «Caro Matteo, è notte fonda, ne adoro il silenzio e il buio che ora mi rende i pensieri chiari e ben delineati» — mentre Renzi era a New York, in polemica con il sindaco per la trattativa con la Fiorentina sulla gestione dei «campini», il centro sportivo accanto allo stadio. Poi venne il turno di Cristina Scaletti, assessore all’ambiente arrivata in Palazzo Vecchio dopo aver mandato un curriculum via internet all’Italia dei Valori, compulsato personalmente da Antonio Di Pietro, che si dimise perché promossa in Regione. Renzi colse al volo l’occasione per non rendere il posto agli odiatissimi dipietristi e estrometterli definitivamente dalla giunta. Angelo Falchetti fu spedito alla Mercafir, «promosso» con la presidenza di una partecipata controllata dall’assessorato di cui era titolare prima. Elisabetta Cianfanelli, assessore socialista alle varie ed eventuali, disse che le deleghe le furono tolte a sua insaputa — «nemmeno io conosco i motivi per i quali mi verranno ritirate» — scatenando le ire del segretario del Psi Riccardo Nencini, che da fan renziano è diventato negli ultimi mesi uno dei critici più feroci.
Giuliano da Empoli, che già una volta era entrato nella Sala Clemente VII, ufficio di Renzi, dicendo «non sono mai stato così a lungo nel solito posto», ha lasciato per riprendere la via degli Stati Uniti, della scrittura e della politica in vista della discesa in campo del Cyberscout. Di quelli che hanno lasciato, lui e Falchetti sono gli unici ad avere buoni rapporti con Renzi; Da Empoli è rientrato da poco in città per fare il presidente del Gabinetto Vieusseux e l’altro giorno era al pranzo insieme a Tony Blair con l’amico Marco Carrai.
L’ultimo ad andarsene, ieri, è stato Claudio Fantoni, assessore al bilancio, il testamento biologico di Daniela Lastri — era nel suo staff al tempo delle primarie fiorentine — sempre molto diligente e sobrio nei suoi ragionamenti sul sindaco, di cui era stato avversario. Mai una parola fuori posto con i cronisti, mai una cattiveria. Fino a ieri appunto, quando se n’è uscito con quella frase politicamente pesantissima: «Ho sempre pensato che chi è chiamato a governare Firenze sia a servizio della città e non che la città, Firenze, sia a servizio e uno strumento utile al perseguimento di ambizioni personali».
Da qualche tempo con Fantoni c’erano un po’ di problemi, cioè come spiega adesso l’ex assessore c’erano delle «insanabili divergenze in ordine alle procedure e alle azioni da mettere in atto relative alla gestione economica/finanziaria dell’ente, quindi alla sicurezza dei conti».
Come ammette chi sta vicino al sindaco, «Matteo non è la persona più semplice con cui stare insieme, e con Fantoni c’era un po’ di maretta. Claudio da assessore politico era diventato un assessore tecnico, rigido custode dell’ortodossia dei conti».
Lavorare con Renzi, che non concerta ed è abituato a una gestione aziendalista della politica, è effettivamente complicato. «Devi fare quello che dice lui, stop», dicono in Palazzo Vecchio. Lo sanno quelli che lavorano con lui, lo sa il suo staff, lo sanno i suoi assessori, persino il suo vicesindaco Dario Nardella, cui Renzi ha riservato anche pubblici sfottò (e pubbliche sfuriate, come quando attraversò piazza Signoria con l’auto blu); lo sa pure il suo portavoce Marco Agnoletti, con cui non sono mancati in passato momenti di tensione, al punto di essere quasi arrivati alla rottura per una dichiarazione sballata su Susanna Camusso finita per errore in una eNews. Lo sa Rosa Maria Di Giorgi, assessora all’istruzione; ogni tanto dagli ambienti renziani lasciano trapelare che sarà lei la prossima, al massimo c’è solo da aspettare le elezioni politiche, quando il Pd farà le liste per i candidati al Parlamento, dove lei vorrebbe andare. Se non prima, visto che il sindaco non la sopporta molto.
Insomma, ricapitolando: dalla giunta del Comune via via sono spariti i rappresentanti di Idv e Socialisti, è diventata un monocolore Pd. Ora tocca a ex o attuali avversari dentro il Pd. Fra poco arriveremo al definitivo governo Renzicrat.
Si sta come d’autunno, in Palazzo Vecchio gli assessori.

David Allegranti

1 Commento

Archiviato in Carta Stampata, Corriere Fiorentino, Pd, Politics

Una risposta a “Assessore con Renzi, una vita da precario

  1. La cosa più antipatica è vedere come sta riducendo la mia città. Sporca, senza regole, ogni giorno meno vivibile. Riesce a fare solo quello che dà visibilità nazionale. Non fa il sindaco, fa altro.

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