“La politica e la giustizia? Troppe deleghe alle toghe”

Gianni Cuperlo, deputato del Partito Democratico, è di Trieste ma è stato eletto — lui, onestamente, preciserebbe subito: nominato, causa legge elettorale — in Toscana. Interviene nel dibattito sollevato dall’ex sindaco di Firenze Leonardo Domenici.

Cercando reazioni all’intervista, ho avvertito un grande imbarazzo nel Pd. Qualche dirigente di partito ha persino detto «Silvio Domenici». Come se il tema della giustizia fosse un tabù. Il problema, forse, è dovuto al fatto che in Italia le critiche alla magistratura sono sempre venute da destra?

«È sbagliato banalizzare i contenuti di quella intervista. La verità è che il rapporto tra politica e magistratura è da sempre al centro di una riflessione che interroga entrambe le sfere. Però non possiamo nemmeno iniziare una discussione sul punto se rimuoviamo la premessa, e cioè che negli ultimi quindici anni da parte della destra è venuta una aggressione sistematica e senza precedenti nei confronti della magistratura, della sua autonomia e indipendenza. Questa isteria politica e istituzionale ha impedito nei fatti di affrontare quelle riforme che, in un clima diverso, il Parlamento avrebbe dovuto licenziare. Detto ciò nessuno può nascondere alcune criticità. In particolare c’è un punto di fondo che non risale né a oggi né a ieri ma che riguarda la rottura intervenuta a partire dagli anni Settanta quando la tragedia del terrorismo e a seguire della mafia e della corruzione investì una magistratura chiamata a colpire i singoli reati e insieme a smantellare i complessi apparati e sistemi che li alimentavano. È da allora che prende le mosse — e non sempre con risultati convincenti — una logica dell’emergenza che talvolta è sfociata in “una cultura autoritaria della giurisdizione”. Riconoscere questo limite non vuol dire smentire il tributo di sangue pagato da giudici e magistrati in questi 30 anni. Il punto casomai è chiedersi perché per un tempo tanto lungo la politica non ha saputo ricostruire, con leggi adeguate e comportamenti coerenti, una sua autonomia e responsabilità, di fatto finendo col delegare alla giustizia anche compiti che avrebbe dovuto assolvere in proprio come nel caso del controllo rigoroso sulla sua trasparenza e moralità».

C’è chi nel Pd sostiene che i pm debbano agire solo su notizie di reato fornitegli da polizia giudiziaria o da esposto, ma senza iniziare indagini motu proprio. Un modo per limitare la visibilità o l’eccesso di protagonismo da parte di alcuni magistrati. Altri sostengono invece che così l’autonomia dei pm verrebbe fortemente ridimensionata, perché carabinieri, polizia o guardia di finanza rispondono direttamente ai ministeri a cui fanno capo. Lei che ne pensa?

«Intanto una precisazione. Oggi presso ogni procura vi sono delle sezioni della polizia giudiziaria che rispondono esclusivamente ai magistrati dell’ufficio. Cioè esiste una totale autonomia delle indagini giudiziarie dall’autorità politica. Poi ci sono le due questioni che lei mi pone e che, per quanto connesse, vanno lette in maniera distinta. La prima riguarda il fondamento dell’azione penale. Ora secondo alcuni magistrati, e non solo, questo fondamento non deve rimanere ancorato all’applicazione delle singole leggi ma si deve estendere al controllo preventivo di legalità. Che tradotto vuol dire che il magistrato non avvia un’indagine solo in presenza di una notizia di reato ma anche se quella notizia non c’è. Ma con questa interpretazione si carica il potere giudiziario di una serie di funzioni che in un normale equilibrio dei poteri devono ricadere sulla sfera amministrativa e politica. Insomma in uno stato di diritto il magistrato può esercitare i suoi poteri di indagine nei confronti di un cittadino solo quando è fondato il motivo che spinge quel magistrato a ritenere che sia stato commesso un reato. L’alternativa esiste, ma non rientra nel profilo dello stato di diritto. Quanto al nodo del protagonismo di alcuni magistrati, la questione non è meno seria. Noi usciamo da una lunga stagione dove la relazione corretta tra media, politica e giustizia è stata pesantemente alterata. Col risultato di un uso sapiente delle fughe di notizie dalle procure a fini non sempre commendevoli. In sintesi, il magistrato non deve inseguire la propria visibilità o il consenso dei cittadini ma deve perseguire i reati nel pieno rispetto delle leggi. Viceversa la politica dovrebbe sempre rispettare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, cosa che in questi anni non è accaduta in ragione di una destra su questo fronte letteralmente impresentabile».

Perché il Pd ha votato contro l’emendamento Pini sulla responsabilità civile dei magistrati?

«Perché era pensato male e scritto peggio. Si inseriva nel testo della legge comunitaria e introduceva un principio, la responsabilità soggettiva del magistrato chiamato a rispondere di eventuali errori giudiziari commessi non solo per “dolo” o “colpa grave” come già previsto dalla legge Vassalli, ma anche per i casi di mancata o scorretta applicazione della legge. A questo si sommava la scelta di consentire il ricorso non solo contro lo Stato ma direttamente contro il magistrato con le conseguenze che facilmente si possono immaginare».

La capacità di attrarre e realizzare investimenti in Italia dipende anche dalla velocità e dai tempi di risposta della giustizia. La lentezza della giustizia italiana ha effetti anche sull’economia?

«Citiamo un paio di dati. La durata media di una causa civile da noi è di 1.210 giorni. In Spagna è di 515, in Germania di 394, in Francia di 331, in Gran Bretagna di 229. Le cause civili pendenti nelle corti di prima istanza erano nel 2006, 3,68 milioni (in Germania 544.000). Le cause penali pendenti in primo grado erano 1,2 milioni, contro le 287 mila della Germania o le 70.000 dell’Inghilterra. Ecco, questa è forse tra le colpe più gravi del Parlamento: non essere riusciti a metter mano a una condizione di deficit strutturale che penalizza la nostra economia. D’altra parte abbiamo passato gli ultimi anni a occupare le Aule di Camera e Senato con provvedimenti urgenti per uno solo mentre le riforme davvero necessarie rimanevano al palo».

Il fatto che alcuni magistrati decidano di candidarsi al Parlamento non mina la loro credibilità?

«Rispetto le leggi e i diritti costituzionali di tutti. Semplicemente ne faccio una questione di opportunità. Chiedo: è un problema oppure no il fatto che un pm o un giudice transiti dalle aule del tribunale ai banchi di un’assemblea elettiva nello stesso territorio dove ha operato in precedenza e quasi senza soluzione di continuità? Credo sia un tema che merita una riflessione attenta da parte di tutti, e forse da parte dei magistrati in primo luogo».

Se alla fine di 10 anni di indagini, queste si dimostrassero sempre o quasi fallaci, non bisognerebbe discutere della professionalità di un Pm?

«La magistratura dispone di regole chiare e di un organo di disciplina interna e di autogoverno. Per altro ho citato la legge Vassalli del 1988 che venne varata un anno dopo un referendum dove a larghissima maggioranza erano prevalsi i favorevoli al principio della responsabilità civile dei giudici. Personalmente mi interrogo su un altro punto, che a questo tema però si collega. Che succede se un’amministrazione o un governo regionale, espressione del voto dei cittadini, viene azzerato da un’inchiesta e questa alla fine del suo iter si risolve nel nulla? Se non vogliamo — ed è sacrosanto non volerlo — ridurre l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati e al contempo vogliamo tutelare la sovranità degli elettori, come è saggio orientarsi e procedere? La destra in questi anni ha dato la sua risposta: chi applica la legge contro gli eletti del popolo colpisce il principio democratico della sovranità. Naturalmente è una tesi che va respinta al mittente. Ma per rendere credibile un’altra risposta è necessario che la politica sciolga una per una tutte le sue contraddizioni (a partire dal conflitto di interessi) e renda trasparente la propria azione senza limitare quella degli altri poteri».

Non è stato un errore della sinistra aver cercato di abbattere Berlusconi per via giudiziaria anziché politica (alla fine poi ci hanno pensato i mercati)?

«Noi Berlusconi lo abbiamo combattuto politicamente. E per due volte lo abbiamo anche sconfitto nelle urne. L’idea di una sinistra grande burattinaia delle procure alberga da vent’anni in diversi ambiti ma basta un po’ di analisi della vicenda storica italiana per coglierne l’inconsistenza e la faziosità».

dal Corriere Fiorentino, 16 marzo 2012

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  1. studentslaw

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