I professori di una volta, ai tempi di Monti

dal CORRIERE FIORENTINO, 5/2/2012

Le assemblee alla casa del popolo di San Bartolo a Cintoia e quelle al Progresso. E ancora, il Palacongressi strapieno per ascoltare-fischiare-applaudire D’Alema che si scazzotta con Ginsborg, quello del «ceto medio riflessivo». Sì, Ginsborg, quello dei libri einaudiani a soggetto berlusconiano — l’ossessione di anni per la sinistra girotondina e non — che riempie le aule del dipartimento di storia di via San Gallo. E poi Ornella De Zordo, che insieme a Pancho Pardi è riuscita a sopravvivere politicamente alla stagione dei professori con le giacche di tweed e i pantaloni di velluto, la Costituzione in una mano, nell’altra il loro nuovo libro da sponsorizzare, e della quale ieri si è festeggiato il decennale alla casa del popolo il Progresso. Insomma: vi ricordate dei professori del LabDem, il Laboratorio per la Democrazia, la cui eredità politica nelle istituzioni è la lista della De Zordo in Palazzo Vecchio e quella culturale risiede negli scaffali delle librerie pieni di tomi sull’antropologia berlusconiana? Le loro strade si sono divise; c’è chi è tornato all’università e passa le sue giornate alla biblioteca nazionale (Ginsborg), chi è diventato consigliere comunale (la De Zordo) e chi è stato eletto senatore dell’Idv (Pancho Pardi). Altri tempi. Se parlavi di politica e dicevi «professori», ti veniva in mente la marcia dei dodicimila del 24 gennaio 2002, con in piazza gli accademici e il famoso ceto medio riflessivo, studenti, casalinghe, insomma la società civile che oggi tutti inseguono, a partire dagli imprenditori che vorrebbero rovesciare i partiti puntellandosi sulla «gggente». Ecco, ti venivano in mente loro, Ornella, Paul ma anche Sergio (Givone), con in mano lo striscione «giustizia e informazione imbavagliate, democrazia in pericolo», le persone dietro la macchina col megafono sul tetto e il prof Pardi, che all’epoca si spostava solo con la Vespa e non aveva cellulare, e arringava la folla per sconfiggere, via manifestazione, Berlusconi, fresco vincitore delle elezioni politiche. «E adesso dobbiamo lavorare, se i canali delle tv sono contro di noi, per far arrivare il nostro messaggio», spiegò Ginsborg davanti al Palazzo di giustizia. Se dicevi «professori» insomma ti venivano in mente le frasi dei loro cartelli, così simili alle magliette pop con le citazioni del Piccolo Principe. «I grandi ladri fanno impiccare i piccoli» (Diogene Laerzio); «Magna promisisti esigua videmus» (Molto promettesti, poco vediamo, Seneca); «Il paternalismo è la faccia peggiore del dispotismo» (Kant; già lo se lo leggevano sera, e Umberto Eco ancora non aveva detto niente). Era la stagione del rapporto complicato con la sinistra di partito e di governo (locale), coi politici che strizzavano l’occhio al LabDem ma assistevano stando nelle retrovie. Poi i primi successi, migliaia di persone in piazza, i duelli con D’Alema, il sindaco Domenici che diceva «Le forze dell’Ulivo non possono lasciare un vuoto d’iniziativa politica, è questa la lezione che dobbiamo apprendere dal corteo dei docenti universitari». Poi l’ebbrezza di sentirsi davvero il seme del cambiamento. Le interviste a Repubblica. «Adesso — diceva Ginsborg dopo i primi bagni di folla — il movimento deve crescere, deve acquistare solidità dando voce a tutti coloro che ancora non ce l’hanno. Chi è che dà voce a questa società civile?». I gruppi di lavoro, di studio e di pressione. Scuola, cittadinanza e diritti individuali, università e ricerca, consumi e commercio equisolidale. Governo locale. E ancora: la De Zordo che mandava Domenici al ballottaggio nel 2004. Ma il mondo è cambiato, ed è cambiata anche l’associazione d’idee. Oggi i professori sono quelli del governo tecnico, quelli del governo del preside; è Mario Monti che vorrebbe far divertire questi giovani che si annoiano troppo con il posto fisso, è la Fornero che piange perché i provvedimenti del governo sono appunto da lacrime e sangue, è la politica messa sotto tutela non dalla società civile, come da desiderio del LabDem, ma proprio dai professori. Un governo illuminato. Solo che non è un proprio un laboratorio, sembra piuttosto una succursale della Bocconi.

David Allegranti

1 Commento

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Una risposta a “I professori di una volta, ai tempi di Monti

  1. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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