L’arrocco senese non funziona più. Sul Monte tira il vento bocconiano

dal CORRIERE FIORENTINO, 12/1/2012

Dal nostro inviato

SIENA — Anni di ossessione — la «senesità del Monte» che non deve essere intaccata — scricchiolano sotto i «toc toc» del mercato che bussa al portone di Rocca Salimbeni. L’equilibrio perfetto fra lo strapaese e lo strapotere, che ha permesso alla città di vivere placidamente grazie alle erogazioni della «mucchina da mungere», la Fondazione che controlla Banca Mps con il 48% adesso rischia di aver bisogno di puntelli esterni. I finanziamenti sono stati congelati, bocciofile, circoli Arci e associazioni culturali rimarranno a bocca asciutta, il bando per quest’anno non è stato pubblicato e chissà quando ne verrà fatto uno nuovo. In 15 anni sono stati riversati su Siena e dintorni quasi due miliardi di euro, con il record di 233 milioni nel 2008. Tempi di vacche grasse, quelli. Come disse a giugno il presidente della Fondazione Gabriello Mancini a proposito dell’ultimo aumento di capitale da 2,1 miliardi di euro, «la scelta di aderire a tale aumento, destinata a portare frutti significativi di lungo periodo, avrà nel breve termine conseguenze rilevanti per la Fondazione, per le istituzioni, per tutto il territorio». Per adesso si sono visti soprattutto i frutti del brevissimo periodo: il latte scarseggia, e le scadenze incombono. Forse si è esagerato nella distribuzione della ricchezza, forse qualche operazione di BMps come l’acquisizione di Antonveneta è stata un po’ avventata. Qualcuno aggiunge anche la Banca 121 (comprata per 2 miliardi e mezzo di lire), ma Pierluigi Piccini, l’ex sindaco artefice dell’operazione, si difende dicendo che «noi debiti non ne facemmo». Ma la novità è che a Siena per la prima volta si fa mea culpa. Anche nel Pd. Il debito della Fondazione con le banche creditrici è di circa un miliardo, la moratoria è stata prorogata, l’Eba, l’authority europea, ha chiesto un rafforzamento patrimoniale di 3,2 miliardi. La Banca intende scongiurare un nuovo aumento di capitale e potrebbe ricorrere alle cartolarizzazioni e al- la cessione di attività non core business. Comunque vada, ormai nella città del Palio viene dato per scontato che andrà in frantumi uno dei tanti tabù senesi e che la Fondazione scenderà ben sotto il 50% nel controllo della Banca, assestandosi attorno al 33-35% e aprendo le porte, chissà, ai forestieri. Intanto uno è già arrivato ed è in piena sintonia con lo spirito dei tempi (tecnici), visto che pure lui si è laureato alla Bocconi: Fabrizio Viola, che per acclimatarsi ha passato le vacanze natalizie a Saturnia. Con un co- gnome così, le battute a Siena si sprecano: per «viola» qua si intendono soprattutto gli odiati nemici della Fiorentina. Oggi c’è il Cda di Banca Mps e Viola sarà nominato nuovo direttore generale. A marzo-aprile di- venterà amministratore delegato. E adesso c’è chi dice, con un gioco di parole, che servirebbe proprio un’«operazione Monti per il Monte». La stessa politica, che controlla e regge il modello senese, ora che le cose si mettono male, pronuncia una di quelle paroline che vogliono dire tutto e niente: discontinuità. Recentemente l’ha chiesta — mettendo nel mirino il presidente Mancini — anche il sindaco Franco Ceccuzzi, in un’intervista a La Nazione. Poco dopo gli hanno fatto recapitare Viola al posto di Antonio Vigni, che comunque dovrebbe restare come consulente della Fondazione. Invece per il futuro della Banca (il presidente Giuseppe Mussari è in scadenza ad aprile e non si ricandiderà) si fa il nome di Alessandro Piazzi, una laurea in filosofia, amministratore delegato di Estra Energie e membro della Deputazione amministratrice, e quello di Franco Bassanini, presidente della Cassa depositi e prestiti, già ministro con cinque legislature da parlamentare sul groppone. «Ma Ceccuzzi finora dov’è stato?», si chiede più di un illustre senese. In effetti pare difficile sostenere che Ceccuzzi non sapesse quello che succedeva al Monte (ha un curriculum lungo: è stato segretario provinciale dei Ds, nonché segretario e parlamentare del Pd). Poche settimane prima dell’intervista del sindaco, lo aveva ricordato anche Mancini in un convegno, ripreso dal Cittadinoonline.it: «I Consigli comunale e provinciale erano al corrente della situazione, conoscevano esattamente la capacità finanzia- ria della Fondazione e ci hanno ordinato lo stesso di procedere sulla strada dell’aumento di capitale nella scorsa primavera. Tutto perché nelle loro intenzioni si doveva salva- guardare la non scalabilità della banca a tutti i costi. Chi non era d’accordo se ne poteva andare a casa». Mancini a casa naturalmen- te non vuole andarci, la sua presidenza sca- de l’anno prossimo, e dalla sua ha l’ex Dc-Margherita, a partire dal presidente del Consiglio regionale Alberto Monaci, che non ha per niente gradito la sortita del sindaco. E il Monte ora come può uscire dal pantano? Roberto Barzanti, che di Siena è stato sindaco, dice che il tempo dell’isolazionismo e dell’autoconservazione è finito. «È venuto il momento di pensare a un rapporto con la banca non necessaria- mente garantito dalla maggioritaria proprietà delle azioni da parte della Fondazione. Essa deve rafforzare la sua autonomia e la sua autorevolezza. Anche l’eccessiva attenzione dei partiti e dei gruppi in cui sono divisi dovrebbe cedere il passo a soluzioni fondate su programmi e su una selezione del ceto dirigente a forte cara- tura tecnica». Appunto: un’operazione Monti per il Monte. Il vicecapogruppo alla Camera Michele Ventura, dalemiano e molto vicino al segretario Bersani, aggiunge che il mix di localismo e autoconservazione del potere non è più praticabile. «Bisogna uscire dall’ambito locale, se si imbocca questa strada le condizioni della ripresa ci sono. Ma sono dell’opinione che anche le istituzioni più varie dovrebbero metterci attenzione, a partire dalla Regione Toscana». È evi- dente, spiega Ventura, che alcune operazioni hanno pesato, tipo l’acquisizione per no- ve miliardi e mezzo di Banca Antonveneta. «È stata fatta in un momento in cui stava già entrando in fibrillazione il mondo finanziario», quindi tardivamente. Anche il deputato fiorentino concorda con la richiesta di Ceccuzzi: «Se dovesse prevalere una logica di continuità rispetto a quello che sta accadendo, alla fine il Monte sarebbe costretto a fare operazioni imposte. Serve un gruppo di management all’altezza della globalizzazione. Se uno ha una banca prestigiosa come il Monte dei Paschi bisogna che la utilizzi per fare operazioni di alleanza che la collochino sul mercato globale». Insomma non stando rintanati dentro Rocca Salimbeni. Ma non staranno diventando troppi i tabù da abbattere?

David Allegranti

 

1 Commento

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Una risposta a “L’arrocco senese non funziona più. Sul Monte tira il vento bocconiano

  1. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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