Dopo il Cav, le ripartenze (ci vorrebbe un nemico)

dal CORRIERE FIORENTINO, 15/11/2011

Mario Monti, per quanto tecnocratico, professorale e – come si dice in una sorta di linguaggio da massoneria dell’intelletto – «bocconiano», è evidentemente un predestinato, lo testimonia anche l’anagramma del suo nome, quel Rimontiamo che è qualcosa di più di una semplice parola chiave su Twitter. Adesso è il tempo di Full Monti, lo scaccia-spread, è il tempo delle rimonte, alle quali corrispondono altrettante ripartenze e cambi di tattica e strategia. C’è Matteo Renzi, che annuncia nuovi Big Bang e la partecipazione a tutte le direzioni e assemblee e riunioni varie ed eventuali del Partito Democratico, persino quelle per decidere chi saranno i nuovi addetti alla reception di Largo del Nazareno (e qualcuno potrebbe scambiarla anche per una minaccia, neanche troppo velata). La rottamazione dunque è abbandonata, ora c’è da ricostruire o da finire quel che si è iniziato, o se non altro annunciato, perché la tecnica del programma a punti — lanciarne cento per farne uno — rischia di essere deleteria, la politica nuova ha bisogno di idee nuove ma anche poi di realizzarle. Anche perché il tempo delle rivoluzioni incompiute è stato archiviato con le dimissioni di Berlusconi, ora è il momento del rigore, dei conti da far tornare, delle pensioni da riformare, degli enti inutili da tagliare, ora è il momento di rimontare, anche in città, anche a Firenze, per non essere ricordati solo come quelli che hanno pedonalizzato il Duomo, e rizzati. Ma non c’è solo la ripartenza renziana. Che fine farà il contro-Big Bang di Mairaghi e Barducci, che fine farà l’annunciata contro-assemblea di quelli che dicono di avere radici operaiste (alla fine ce le hanno un po’ tutti, sono come certi cugini che vivono in America), che fine farà la Leopolda degli indignados del Pd ora che la scesa in campo di Renzi è stata molto raffreddata dagli eventi e che non c’è più bisogno di trovare immediatamente candidati da contrapporgli? Insomma, adesso c’è tempo anche per il sindaco di Pontassieve di trovare una nuova maturità, provando a sferrare un nuovo attacco al renzismo con la sponsorizzazione di Bersani, senza che questi però se ne esca di nuovo — tra un «ma siam pazzi» e l’altro — con la più truce delle domande che si possono rivolgere a un politico: «Mairaghi chi?». Nel frattempo comunque insieme a lui possono avviare una campagna autopromozionale tutti quelli che aspirano a fare i parlamentari, perché al prossimo giro ci sarà una nuova infornata di deputati e senatori (anche se il rischio è che finiscano a Montecitorio, in quota livore, dopo aver piazzato sui giornali qualche dichiarazione antirenziana; non granché come innovazione politica). Tra questi magari ci sarà anche Andrea Manciulli, il segretario toscano, appena rientrato da Parigi con un carico di idee socialiste, nella speranza che non risultino troppo moderate per Stefano Fassina (peraltro: ancora, a distanza di qualche giorno, non s’è capito se il responsabile economia del Pci, pardon del Pd, è a favore o no del governo guidato da quel neoliberista di Monti). E il centrodestra? Riparte pure quello. Riparte la Lega arrivando a commissariare 8 province su 10, tra cui, ultime, Firenze e Lucca, riparte il Pdl con Riccardo Mazzoni che purtroppo non potrà più scrivere i discorsi al Cav. — casomai ora dovrà reinventarsi ghost-writer di Angelino Alfano — e Toccafondi che lancia le primarie interne per il Pdl (dicasi congresso) ammettendo praticamente che il metodo Verdini è fallito, s’è afflosciato, sotto i colpi dei Bonciani e delle Carlucci. Sarà una straordinaria ripartenza, quella di Verdini. Come quando era più giovane, non aveva un soldo ed era animato da ideali repubblicani e non vedeva Antigua — o in alternativa, se le cose dovessero finire male — il lago di Bilancino come luogo dove godersi la propria pensione. Riparte, o almeno ci prova, anche l’Italia dei Valori, con Fabio Evangelisti, che l’altro giorno festeggiava dicendo che l’addio del Cav. è «come la Liberazione», con la elle maiuscola, e ora è costretto a cercarsi nuovi nemici, nuove ragioni sociali, altre Italie da liberare. Ma il punto è che quando avrà davvero de-berlusconizzato anche se stesso, si sentirà come quei giocatori a fine carriera, quelli che dopo aver calciato il pallone per vent’anni a un certo punto si ritirano, non felici di farlo e quindi già malinconici il giorno dopo l’addio, e sono costretti a reinventarsi un ruolo; c’è chi commenta le partite, chi apre un ristorante fighetto a Milano, ed Evangelisti potrebbe almeno aprire una pizzeria a Massa Carrara. Riparte anche Enrico Rossi, che su Facebook si affida all’azionismo e a Norberto Bobbio e fa un elogio della mitezza. «Il mite — dice Bobbio — è un uomo tranquillo, ma non remissivo. La mitezza è la più impolitica delle virtù». E oggi, chiosa Rossi, «dovrebbe diventare più politica. Abbandoniamo tutti una comunicazione aggressiva, dominata dall’arroganza, dalla sopravvalutazione di se stessi e dall’ansia del successo. Cambiare stile nella comunicazione è il primo passo per riaprire un confronto democratico al servizio del bene comune». Giusto, tanto al governo, come disse Rossi una volta, mica c’è più quel «puttaniere».

David Allegranti

twitter: @davidallegranti

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