Se fossi fuoco, arderei Firenze: intervista a Vanni Santoni

Se fossi fuoco, arderei Firenze, appena pubblicato da Laterza, è un’evoluzione dei tuoi personaggi precari, c’è un’umanità fiorentina e forestiera che si aggira per la città con il passo incerto chi si sente in prestito. Firenze per te è questo? La terra adatta per chi si sente precario?

Per quanto Firenze, come del resto l’Italia, oggi brulichi di precari – e parlo in senso non solo giuslavoristico, ma esistenziale – credo sia piuttosto l’opposto. Credo che Firenze sia un luogo in cui essere precari è più difficile che altrove, in quanto ovunque riverbera la storia, una storia profonda, radicata, spesso monumentale, di certo solida, e dunque una storia che nel confronto fa sentire ancora più precario, instabile, privo di radici, di passato e futuro il precario. Chi si sente precario credo stia meglio in una metropoli moderna, dove tutto visibilmente scorre e cambia.

Secondo te è appropriata la definizione di Firenze data una volta da Pietrangelo Buttafuoco, quella di Disneyland del Rinascimento?

È una definizione divertente, che tuttavia è frutto di un’osservazione solo parziale: la buccia, la pelle di Firenze è così, o  meglio è diventata così da quando Firenze si è fatta città-museo e città vetrina. Sicuramente Firenze è percepita così da una buona parte di coloro che la visitano. Tra i personaggi del romanzo, probabilmente Lindsay la vede in questo modo. Alfonso, un altro personaggio del libro che con Lindsay si incrocia, fa una riflessione, passando in via dei Conti, che in effetti si avvicina a questo pensiero di Buttafuoco. Tuttavia, sotto questo primo strato c’è molto altro: c’è un abisso di significato. Ci sono storie, sedimenti, fantasmi a frotte, ci sono enigmi e labirinti, spazi iniziatici e dimensioni parallele. E ci sono quelli che, Disneyland o non Disneyland, in mezzo a quei sassi e a quei marmi ci vivono, e ci vivono oggi. A onor del giusto – e sfidando l’ovvio – credo valga anche la pena ricordare che, in ogni caso, e con tutto il male che si può dire della Firenze turistica e svenduta al trancio, San Miniato al Monte è e sarà sempre qualcosa di ontologicamente diverso dal Castello della Bella Addormentata.

Raccontami di com’è nato questo libro.

Il libro nasce da un invito: venni contattato da Laterza, mi chiesero di scrivere un libro per la collana Contromano. La prima proposta che feci loro aveva un taglio più sociologico, giornalistico, quasi. Me la bocciarono, così mi documentai un po’ sulla collana, cercai di trovare la cifra di quella “saggistica narrata un poco ironica” tipica di molti Contromano. Tale proposta, pure, fu bocciata, così, trovandomi con le spalle al muro, pensai che l’unica cosa che mi rimaneva da fare era il mio mestiere, ovvero scrivere un romanzo. Buttai giù una discreto numero di pagine di un ipotetico romanzo che avesse la città di Firenze come protagonista; da lì costruii la proposta che fu poi approvata. Partendo da quelle pagine, la maggior parte delle quali sono peraltro poi cadute in fase di revisione, cominciai a scrivere capitoli sparsi, lavorando sulle suggestioni estetiche delle zone di Firenze per me più rilevanti. Una possibilità questa che mi veniva dall’aver curato per tre anni una rubrica del Corriere Fiorentino dedicata alle strade e alle piazze di Firenze: senza rendermene conto avevo sviluppato una nuova coscienza della topografia – ma anche della “psicogeografia” – cittadina. Partivo dai luoghi, li popolavo con personaggi adatti, e poi provavo a muoverli, a far loro incontrare altra gente, ed ecco che il romanzo prendeva forma…

Come costruisci i tuoi personaggi?

Non c’è un metodo univoco. A volte gioco con un nome o un tratto, in stile Personaggi precari, e da lì nasce ex-novo un personaggio. A volte immagino una figura letteraria in un contesto diverso, con una età diversa, con tratti diversi… A volte prendo un archetipo o una maschera – in questo caso, di “fauna” fiorentina – e provo ad aggiungergli strati di coscienza, uno sull’altro, fino ad avere una persona vera. A volte parto da me stesso, isolo un comportamento, un pensiero o un sentimento, e da esso come fosse una costola di Adamo ricostruisco qualcuno di diverso da me, che con me ha quel solo tratto in comune. Altre volte prendo tre, quattro persone che conosco – o che ho visto in giro e di cui ho immaginato le vicende, per un vizio mentale che ho – e le ibrido tra loro, faccio crasi finché non nasce un’entità del tutto nuova e pronta ad agire a modo suo. E questi sono solo alcuni esempi: tanto più si fa esperienza di scrittura, tanto più si amplia la gamma degli strumenti.

Perché hai scelto di aderire a Generazione TQ?

Sono andato al primo incontro romano per il semplice fatto che mi avevano invitato e che stimavo alcuni dei promotori – Vasta, che già avevo avuto occasione di conoscere, e Lagioia, che non conoscevo ma di cui avevo apprezzato il romanzo Riportando tutto a casa, letto non molto tempo prima. Arrivato lì, in quella stanza stipata di gente, nonostante le perplessità, l’assenza di un vero ordine del giorno, la mancanza di acqua, tempo e posti a sedere, ho visto un’energia, una voglia di fare. E soprattutto ho visto un riconoscersi: mi guardavo intorno e vedevo tratti comuni, mi scoprivo a specchiarmi in altri autori della mia generazione; persone che fino a quel momento erano state solo dei nomi, un’orda indistinta e potenzialmente avversa, ora acquisivano forma e volto e si mostravano non diverse da me per necessità, aspirazioni, tensioni, interessi. C’era un senso di coscienza di classe, un’urgenza di fare qualcosa e assumersi delle responsabilità. Se poi TQ lascerà un segno lo vedremo in futuro, in base a quello che riuscirà a fare: i lavori, di fatto, sono appena iniziati.

Mi puoi anticipare qualcosa sul prossimo libro, che sarà su Baggio, scritto a quattro mani con Matteo Salimbeni?

Il libro si intitola L’ascensione di Roberto Baggio e uscirà ai primi di dicembre per Mattioli 1885. É un progetto che io e Salimbeni, drammaturgo e mio collega ai tempi della rivista Mostro, coviamo da tempo, anche se per l’occasione lo abbiamo interamente riscritto – la mitologia del calcio, si sa, è dinamica e cambia di anno in anno, nuovi eroi e significati entrano ed escono allo scoccare di campionati e competizioni per nazionali. E’ importante ricordare che si tratta di un romanzo e non di un saggio o di un lavoro di giornalismo sportivo, sebbene per scriverlo abbiamo passato numerose mattinate in Biblioteca Nazionale, a spulciare i microfilm di tutte le Gazzette dal 1984 a oggi. É un romanzo nel quale due personaggi vengono incaricati da un misterioso editore di ricostruire il cammino di Roberto Baggio: costoro ripercorreranno tutti i luoghi sacri dell’italia calcistica, in un viaggio onirico, surreale, pieno di incontri e avventure incredibili, alla ricerca delle tracce dell’uomo, del mito, dell’icona-Baggio, raccogliendo decine di storie e ritrovando con esse le tracce di vent’anni di storia del calcio italiano e dell’Italia.

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