Rossi al Pd: «Chi ha perso vada a casa»

dal CORRIERE FIORENTINO, 18/10/2011

L’AQUILA — Andrea Orlando dice che ci vogliono «nuovi protagonisti, per età ed esperienza», Nicola Zingaretti chiede un «nuovo ciclo riformatore del Paese». Un ciclo che, per Zingaretti, «o si fonda su parole e idee nuove, e anche su una diversa classe politica, oppure ci sarà la ripetizione di qualcosa già visto». Enrico Rossi dice che non «è un problema di rottamazione, ma di cambiamento, ci vuole una nuova classe dirigente che si misuri con i temi di cui stiamo parlando» e infine Matteo Orfini spiega che «non possiamo ripresentarci 15 anni dopo con le stesse facce che hanno contribuito, seppure in minima parte rispetto a Berlusconi, a portarci in questa situazione». Rottamatori? No, sono i quarantenni di Rifare l’Italia che domenica si sono ritrovati in 200 a L’Aquila, città metafora del paese da ricostruire e del Pd da rinnovare. Sembrerebbero rottamatori pure loro, ma non vogliono né potrebbero esserlo: sono classe dirigente, membri della segreteria nazionale del Pd, sono bersaniani che non mettono in discussione il loro segretario, anche se usano in abbondanza la parola «nuovo»: «Non abbiamo paura delle primarie. Bersani le stravincerà», dice Stefano Fassina. Ricoprono appunto ruoli interni al partito: Orlando, che apre l’assemblea, è responsabile giustizia, Orfini è responsabile cultura e informazione, Fassina è responsabile economia. Intervengono in diversi, la pattuglia dei toscani in platea è piuttosto folta. Rossi, Andrea Manciulli, Patrizio Mecacci (che propone di fare assemblee nuove assemblee anche in Toscana), Silvia Velo, che presiede, Luca Sani, il sindaco di Siena Franco Ceccuzzi. Matteo Renzi è ancora uno dei convitati di pietra. Lo citano apertamente una volta sola, ma è anche a lui che si riferiscono quando parlano di rinnovamento della classe dirigente, politiche economiche alternative al neoliberismo, leaderismo tutto improntato sulla comunicazione. Ce l’hanno con lui e con Veltroni. «Siamo nati quattro anni fa, e abbiamo già fatto tre segretari e due congressi, nella perenne rincorsa alla discussione sulla leadership. La prossima volta anziché un segretario eleggiamo uno psicanalista!», dice Manciulli, che qualcuno in sala all’inizio scambia per Zingaretti. I bersaniani chiedono voto subito, primarie per i parlamentari e un’alleanza fra progressisti e moderati, che poi è il succo dell’intervista di Massimo D’Alema uscita domenica sul Corriere della Sera. Con il Pd al 26 per cento e un’alleanza al 44 con Idv e Sel, è evidente che le elezioni non si vincono. Insomma: rinnovare il partito ma senza far ricorso al leaderismo. «Sono i movimenti di questi mesi, quello delle donne in primo luogo, collettivi e non per questo anonimi, che ci suggeriscono come forse la stagione degli uomini soli al comando e dei salvatori della patria sia più la coda del secolo scorso che non l’anticipazione della politica che interpreta il secolo nuovo», dice Orlando. Riferimenti sparsi a Montezemolo, Della Valle, ma anche a Renzi, certo. Niente big bang, dice Orfini, con una sciarpetta a righe, l’aria da studente universitario e la voce uguale a quella del conte Max: «Qui si discute una proposta politica che non ha bisogno di cantanti, scrittori, di farsi show mediatico». Aggiunge Fassina: «La nostra non è una proposta generazionale ma non abbiamo alcun problema a stare all’interno di un fiorire di iniziative, purché non servano interessi personalistici, che sfruttano l’onda dell’antipolitica, indebolendo il partito anziché rafforzarlo». Le distanze fra Renzi e i Tq sono siderali, soprattutto sul piano economico. I bersaniani dicono che serve un nuovo modello di sviluppo non più basato sul neoliberismo, si scagliano contro il «mostro della finanziarizzazione senza regole». «La nostra generazione non ha mai progettato alternative di sistema, non ha mai pensato di prescindere dal mercato», dice Orlando. Parole, concetti e linguaggio che sembrano presi in prestito ad altre stagioni politiche, nonostante i Tq spieghino in tutte le salse che bisogna evitare la riproposizione di un «film già visto». Dice Rossi: «Di fronte a un capitalismo finanziario che sussume il lavoro, la stessa impresa e le possibilità creative delle persone, il mondo ha capito che occorre dare una risposta politica». Per questo il movimento degli idignados viene guardato con attenzione, purché si isolino i violenti. Il mondo cambia, cambi anche la classe dirigente, spiega il presidente della Regione: «Si conclude il ruolo di una classe dirigente che è stata attraversata da elementi culturali di subordinazione all’ideologia liberista, che noi dobbiamo rovesciare». Per questo chiede ai dirigenti del Pd di «fare un passo indietro per farne uno avanti» e una riforma del partito, con una segreteria molto più forte, «anche rappresentativa di istanze territoriali», e di una direzione fatta da 100 persone e non da 300. Per lui vale il principio di Trapattoni rovesciato: «Squadra che perde, si cambia (per esempio quella sconfitta nel 2008, dice Rossi, ndr). Ma non è tutti a casa, che è una degenerazione». Il giorno dopo spiega meglio, su Facebook, cosa intende: «Chi ha svolto ruoli di direzione politica nazionale, a partire dagli anni ’90 in poi, ha esaurito il proprio ciclo e deve lasciare gli impegni di prima linea per ritagliarsi un ruolo utile di “padre nobile” che sono certo verrà ascoltato e apprezzato». «Siamo lieti di leggere che anche Rossi abbia sposato le tesi della rottamazione, da sempre da noi sostenuta. Certo, sostituire i “padri nobili” con giovani cooptati non servirebbe a nulla», commentano le Officine. Ma non c’è un po’ di nostalgia del passato in certe parole? No, dice Orfini: «Non siamo nostalgici, buona parte di noi non può essere nostalgica di qualcosa che non ha vissuto, e non siamo nemmeno dei tardo-operaisti. E non facciamo nemmeno dei giochetti, come ha dice Rosy Bindi. Noi casomai vogliamo scardinare quel non dichiarato patto di sindacato che ancora oggi governa il Pd». Orfini però non è d’accordo con Rossi sui dirigenti che devono farsi da parte: «Siamo noi che dobbiamo fare un passo in avanti, conquistandoci il posto, perché il ruolo di direzione politica bisogna meritarselo». Assomiglia parecchio un altro Matteo.

David Allegranti
Twitter: @davidallegranti 
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