Due eserciti alla frontiera del lavoro

dal CORRIERE FIORENTINO, 15/10/2011

Dopo essersi divisi sulle primarie e dopo essersi spaccati sulle alleanze a causa di uno scatto fotografico, finalmente il centrosinistra, e più precisamente il Pd, sta passando pacatamente dal piano della fuffa a quello dei contenuti. In un futuro non troppo lontano probabilmente sarà la politica economica il vero terreno di scontro, visto che già ora emergono due linee distinte nel Partito Democratico. Due linee che saranno — si spera — sviscerate nelle varie convention di ottobre, a cominciare da quella dei Tq (non ce ne vogliano gli scrittori) più vicini al segretario Bersani, passando da quella di Bologna di Pippo Civati fino ad arrivare alla Stazione Leopolda. La lettera della Bce, quella in cui si chiede anche maggiore flessibilità nel mercato del lavoro, è un utile cartina di tornasole. Alcuni autorevoli membri della segreteria del partito, tra cui il responsabile economia Stefano Fassina, hanno criticato quel documento sostenendo che «la strada indicata da Draghi e Trichet è la causa della malattia, non la cura» e che «la ricetta neo-liberista riproposta dalla Bce, in sintonia con i governi conservatori, prima che iniqua, è irrealistica». Più precisamente, ha detto Fassina, «è negativo, anche ai fini dell’abbattimento del debito pubblico, l’insistenza ideologica sulla flessibilità del lavoro e sul superamento del contratto nazionale, la completa disattenzione alla domanda aggregata e l’affidamento esclusivo alle misure supply side per lo sviluppo». La lettera è stata invece fatta propria da gente come Enrico Letta, secondo il quale «i suoi contenuti rappresentano la base su cui impostare le politiche per far uscire l’Italia dalla crisi» e Matteo Renzi, peraltro non è contrario a una revisione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, che negli ultimi mesi ha avviato un corpo a corpo con i sindacati — leggi: Cgil — riscuotendo l’attacco anche del suo partito. «Così — dice Fassina al Corriere Fiorentino — il sindacato viene visto come un ostacolo al mercato del lavoro: meno ce n’è, meglio è. È la stessa linea di Maurizio Sacconi: siccome i mercati sono perfetti e si autoregolano, il lavoro è merce come altri e il sindacato ostacola la locazione ottimale di questa merce. Noi invece pensiamo che al centro del lavoro ci sia la persona e che nel mercato del lavoro ci sia asimmetria fra chi offre e domanda lavoro. Il sindacato è uno strumento per promuovere e proteggere i diritti dei lavoratori». Alessandro Petretto, economista, vuole tenere distinti aspetti e posizioni dei sindacati. Dice di non condividere molto la posizione della Fiom, «la considero deleteria», però comprende il fatto che le sue siano battaglie classiche, tradizionali, in difesa delle retribuzioni. Sono battaglie di frontiera, dice, verso «categoria non totalmente protette anche se, certo, più protette dei giovani». Altra questione invece sono le posizioni della Cgil, «che pensa a difendere i dipendenti pubblici, i tecnici del Maggio, gli autisti dell’Ataf e di coloro che vanno in pensione, e ci vanno con il sistema retributivo». Mostrino i muscoli sul contratto integrativo, dice Petretto, ma non difendano posizioni di rendita come quelle dei dipendenti pubblici. «Teniamo conto che questa crisi dagli effetti dirompenti ha lasciato al riparo una percentuale della popolazione lavorativa. Come me, che insegno all’uiversità, e i 3 milioni e 600 mila dipendenti pubblici che non perdono il posto di lavoro, hanno il posto garantito e in certi casi lavorano pure poco. Se il sindacato difende loro come quelli cacciati dall’industria non sono più d’accordo». Petretto però rivolge un avvertimento importante sulla tanto decantata flex-security (anche da Renzi), mutuata da esperienze come quella danese. E riguarda il nostro modello di welfare, come sviluppato da Treu fino a Sacconi. «Lì la protezione dell’individuo dal rischio sociale della perdita di lavoro è un totem, così come il reddito minimo di inserimento, il sostegno ai giovani che vanno all’università, la tutela delle ragazze incinte. Hanno mantenuto un livello di protezione sociale flessibilizzando molto e dando maggiore possibilità di licenziamento». Per cui dice Petretto, il vero problema che ha il Pd è quello di ripensare a un welfare «meno sgangherato e meno iniquo — visto che ora favorisce gli anziani — compatibile con la crescita». E su questo punto Renzi è stato molto chiaro quando si è espresso sul tabù intoccabile della sinistra: la riforma delle pensioni. «Una manovra che non affronta la questione ineludibile della riforma delle pensioni non può che ridursi a quel che è: tasse, balzelli e tagli lineari».

David Allegranti 
twitter: @davidallegranti
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