«Scippo Pd», la rivolta dei veri Tq

dal CORRIERE FIORENTINO, 14/10/2011

Acronimi e sociologia da bar sport piacciono molto a partiti e giornali, sono facili da usare e rapidi come un Tweet. Attorno ai Tq, Trenta-Quarantenni, però, si sta creando una discreta confusione. Perché i Tq sono almeno due. I primi sono un gruppo di scrittori (e non solo) engagè, alla ricerca, come si legge nel loro manifesto originario, di «qualche proposta — non snobistica, non autoreferenziale, non elitaria o velleitaria — da lanciare nello spazio sfinito del nostro dibattito culturale. Per provare a fare qualche passo avanti e proiettarci oltre la linea d’ombra».
Il nostro, hanno scritto i Tq sul Sole 24 Ore, «non è un Paese per giovani — è vero — e tantomeno è un Paese per intellettuali. Ma forse il modo migliore per reagire a questa emarginazione non è continuare a denunciarla come uno scandalo — il fatto è sotto gli occhi di tutti, e a scandalizzarsi siamo sempre gli stessi — quanto piuttosto cercare di uscire dall’angolo». Gli altri invece sono un gruppo di deputati e amministratori del Partito Democratico molto vicini al segretario Pier Luigi Bersani che domenica si ritroveranno all’Aquila per mettere insieme «idee per la ricostruzione», in un luogo che naturalmente è simbolico ed evocativo. Tra loro anche alcuni toscani come Silvia Velo e Andrea Manciulli. Gli scrittori però non hanno gradito molto lo scippo del nome, avvenuto un po’ per colpa dei giornali, un po’ per colpa dello stesso Pd.
«I personalismi della politica italiana non ci interessano. Non sono nella nostra agenda», spiega il fiorentino Alessandro Raveggi, ricercatore con un dottorato in Estetica letteraria. «Tq mira innanzitutto a instaurare un dialogo con i lavoratori della conoscenza e della cultura italiana (bibliotecari, editor, traduttori, archivisti, giornalisti precari, ricercatori, insegnanti), rifugge ogni tipo di personalismo o forzatura-specchietto imposti dai media maggioritari di destra e di sinistra. Se i politici vorranno essere il pubblico delle nostre azioni, ben venga. Ma non sono i nostri interlocutori privilegiati».
Il movimento di Tq, aggiunge Raveggi, «non è anti-politica o post-politica, ma opera a un livello pre-politico di cognizione della complessità del presente. Immaginiamo una Costituente che non segue alla Resistenza, dopo un evento traumatico e devastante come il berlusconismo, un evento traumatico irreale, di pura violenza simbolica». Tq quindi è sì un movimento, «ma è anche un’esigenza: è una sorte di “febbre”, come ha scritto Giorgio Vasta che risponde scoppiando di fronte a questa irrealtà. Una febbre che crede nella cultura fuori dalla politica come motore di crescita e rilancio sociale». Insomma anche per questi motivi Tq non «ha a che fare con le sorti promozionali del Pd. Qui non si scippa tanto l’acronimo quanto si confondono le azioni e ci si appropria degli intenti».
Ci sono stati anche diversi equivoci, è capitato ai Tq (scrittori) di essere scambiati per i Tq (politici). «Parlando con una amica editor — racconta Vanni Santoni, appena tornato in libreria con Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza) — qualche giorno fa, lei mi ha chiesto: “Ah sei Tq? Non sapevo fossi iscritto al Pd”. Allo stesso modo mi è capitato di leggere su un sito alcuni commenti al pezzo che annunciava il nostro incontro del 29 settembre alle Murate, commenti apparentemente molto critici nei nostri confronti, ma con una scollatura: avevano qualcosa di strano nel tono e nel tipo di critiche mosse. Mi ci è voluto un pò per capire che non erano diretti a noi di Generazione Tq, ma i trenta-quarantenni del Pd».
Se da un lato quindi, dice Santoni, è un segno che il richiamo, «effettuato da Tq scegliendo questo nome, alla, pur ampia, fascia d’età 30-49, colpisce nel segno, dall’altro credo che ogni appropriazione indebita sia un danno, così come lo è la semplificazione».

David Allegranti
RIPRODUZIONE RISERVATA

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