Il sindaco corre e insegue (nel sondaggio)

dal CORRIERE FIORENTINO, 13/10/2011

Il governo è sempre lì che pencola. Cade, non cade, boh. E’ più fluttuante di un titolo di borsa, e mentre tutt’intorno sembra che il Palazzo vada in fiamme.

Mentre gente come Scilipoti rilascia interviste in cui dice di essersi, l’anno scorso, «immolato per il bene degli italiani», e quindi ora può anche fare «un passo indietro» rispetto al berlusconismo, sempre per il bene del Paese naturalmente, mentre la Lega si slega fra maroniani e bossiani, mentre il Pdl è preda degli umori di Scajola, mentre Berlusconi va nelle saune di Putin in Russia per il suo compleanno, mentre insomma il centrodestra sembra implodere, il centrosinistra inaugura la nuova campagna elettorale per le primarie.
E poco importa che le primarie ancora, di fatto, non esistano se non sui giornali e nei dibattiti interni ai partiti. Nel Pd già si azzuffano, i galli si becchettano, c’è quello (Renzi) che vuol fare il Big Bang, e quell’altro (Bersani) che si accontenterebbe di un bang politico con cui impallinare il sindaco di Firenze. Il Pd quindi si divide ancora una volta in comitati elettorali e, pensate, ancora le elezioni non ci sono, figuratevi cosa accadrà fra qualche mese. A rendere ancora più interessante lo scontro c’è anche un sondaggio di Pagnoncelli sulla leadership mandato in onda a Ballarò l’altra sera, in cui il rottamatore compare accanto a Berlusconi, Bersani, Bindi, Marcegaglia. Secondo la ricerca, che misura il gradimento, quello che piace di più è Draghi col 52 per cento, insieme alla presidente di Confindustria, mentre Montezemolo viene dato al 45 per cento. Il primo politico, dopo industriali e tecnici, è Tremonti col 45 per cento. Bersani è al 43, mentre Renzi è al 36 per cento (ma, ha spiegato Pagnoncelli, il 36 per cento degli intervistati non lo conosce). La Bindi è al 35. Berlusconi penultimo al 26, e meno male per lui che c’è Bossi (23) altrimenti sarebbe arrivato ultimo. Il dato, considerando la percentuale di persone che non lo conoscono, non è male per Renzi, anche se ridimensiona le voci di presunti sondaggi molto generosamente messe in giro dai renziani che lo avrebbero dato subito dopo Napolitano nella classifica dei più graditi.
Ma gli stracci non volano soltanto via sondaggio. Dopo aver lasciato nelle ultime settimane l’iniziativa ad altri (ai veltroniani), ieri il sindaco è tornato a parlare di premiership, intervenendo a Radio 24. «Bersani è il leader del Pd? Lo diranno le primarie. Il Pd deve fare un giochino particolare che si chiama primarie. Deve consentire a dirigenti, militanti, simpatizzanti di scegliere un candidato con idee e il Pd sarà pronto alle elezioni nella misura in cui farà queste benedette primarie. Primarie che devono essere aperte: si dovrà poter votare Bersani o Vendola o una ragazza di 30 anni». Insomma, «uno della nuova generazione alle primarie ci deve essere per forza per le cose che diremo alla Leopolda». Ma oltre ai dispetti, tipo convocare una riunione di duemila giovani nei giorni della nuova assemblea post-rottamatrice («Cose che capitano, si capisce. Ci siamo abituati», ironizza Renzi), fra la segreteria Bersani e il sindaco fiorentino appare evidente che la divisione non riguarda più soltanto la decrepitezza della classe dirigente. Sì, la questione della sovrapposizione delle due assemblee c’è, anche se nel partito i dirigenti continuano a ripetere che la coincidenza è solo un caso e non vuol dire niente.
«Questa nuova moda di mettere in contrapposizione le iniziative non è utile. Nel Pd più iniziative si fanno meglio è — dice il segretario regionale Andrea Manciulli — e non necessariamente bisogna vederle in contrapposizione. A Napoli si parlerà con i ragazzi del Mezzogiorno, alla Leopolda faranno la discussione che credono più opportuna». Ecco, al centro del dibattito, adesso che si inizia a entrare nel merito, ci sono anche il mercato del lavoro e l’economia. E fra i punti della nuova Leopolda, Renzi ha ricordato la privatizzazione della Rai, «la riorganizzazione del lavoro secondo il modello della flex-security di Ichino, la riforma delle pensioni (sennò noi giovani le pensioni le vediamo col binocolo), il dimezzamento dei parlamentari, l’abolizione delle Province». È appunto sull’economia che la distanza con la maggioranza che guida il Pd è netta. Basta sentire quel che dice Stefano Fassina, responsabile economia del partito. «Più che un ‘‘Big bang” si preannuncia un ‘‘Big bluff” l’incontro alla Stazione Leopolda. Che noia, ragazzi. Matteo Renzi riscalda la solita minestra: ripropone come innovative ricette ideologiche vecchie di 20 anni e clamorosamente fallite. Se Matteo si fosse nella sua vita confrontato almeno una volta con il mondo del lavoro vero, oltre che con la carriera politica avrebbe capito che favorire il licenziamento dei padri non aiuta affatto i figli, ma fa stare tutti peggio. Dai Matteo, un po’ di fantasia. La realtà va da un’altra parte».
Un altro membro della segreteria, Marco Meloni, responsabile università e ricerca, ribatte: si tratta di un «giudizio francamente eccessivo sul convegno organizzato da Renzi, che prima di tutto è un importante esponente del Pd. Manteniamo i nervi saldi, moderiamo giudizi e toni». La controffensiva bersaniana, tuttavia, non si ferma ai Fassina. «L’ansia da prestazione nella rincorsa a interpretare il ruolo del più giovane e in ascesa dirigente politico non è buona consigliera», dice Luca Sani. Dalemiani e tardocontiani stanno mobilitando iscritti e simpatizzanti per la serata di domani con il segretario alla Sala Rossa. Riccardo Conti ha mandato la sua prima newsletter per pubblicizzare «due iniziative che reputo di particolare utilità politica nella situazione ingarbugliata e drammatica che sta attraversando il nostro paese». Una è quella con Bersani, l’altra un convegno di ItalianiEuropei a San Casciano in cui parlerà D’Alema. Insomma, la realtà forse andrà da un’altra parte, ma il Pd di sicuro ha già messo la freccia (a sinistra).

David Allegranti

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