L’ala di Jovanotti e lo scoppio spaziale

dal CORRIERE FIORENTINO, 11/10/2011

Nella migliore tradizione pop del veltronismo, che ieri era riunito a Roma per l’assemblea di MoDem e aggiunge Steve Jobs al pantheon dove già si ergevano i busti di Kennedy e Mandela, Renzi ha scelto il (modesto) nome della Leopolda 2011: Big Bang. Naturalmente ogni riferimento jovanottiano non è puramente casuale, visto che non c’è assemblea centopuntista o convention alter-democratica indetta da Renzi nella quale non sia risuonata una canzone sulle «tafche piene di faffi» o sul cartello di sei metri che dice «tutto è intorno a te / ma ti guardi intorno e invece non c’è niente». Ma d’altronde, non è Renzi il «ragazzo fortunato» per definizione, il miglior interprete di quel filone politico-musicale che si accompagna ai Baricco in maniche di camicia arrotolate, scrittore più veltroniano di Veltroni, come disse una volta Francesco Merlo sul Corriere della Sera? Dice Renzi che il nome non l’ha proposto un esperto di marketing, ma Davide Faraone, candidato alle primarie per sindaco di Palermo, anch’egli fra i partecipanti della Leopolda. E infatti non ci voleva chissà quale strategia; in questi giorni basta accendere una radio e salta fuori Jovanotti, mica i Big Bang, che sono una boy band sudcoreana. «Non basta la rivendicazione anagrafica e non basta dire che gli altri hanno fallito: è il momento di tirare fuori le idee. Almeno quelle», dice Renzi che vuole dare una svolta contenutistica alla Leopolda. La Carta di Firenze dell’anno scorso era un po’ debole e proponeva questioni e temi, come lo jus soli e le unioni civili, già presenti nei programmi elettorali di centrosinistra del 2006 e del 2008. Eppoi, mancava una linea chiara dopo aver ascoltato, — dal palco dove Renzi e l’ex co-rottamatore Pippo Civati si davano il cinque — interventi a favore del nucleare e interventi contro il nucleare. Renzi insomma vuole evitare la deriva (sempre jovanottiana) del Mulino Bianco, «io credo che a questo mondo esista solo una grande chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa, passando da Malcolm X attraverso Gandhi e San Patrignano arriva da un prete in periferia che va avanti nonostante il Vaticano», con tutte le opportune sostituzioni del caso: Kennedy al posto di Che Guevara, La Pira al posto di Madre Teresa e don Milani a fare la parte del prete di periferia. Se ci riuscirà, grazie anche al glamour di Giorgio Gori, ex direttore di Canale 5, che — ha scritto ieri La Stampa — starà dietro le quinte della Leopolda, lo vedremo alla fine dei tre giorni, 28-29-30 ottobre. «Vogliamo sommergere i democratici e gli italiani di idee, di proposte, di iniziative concrete. Vogliamo che il centrosinistra smetta di occuparsi di formule e alleanze, beghe e beghette e dica chiaramente che cosa farà quando andrà al Governo». Ma Big Bang è anche, naturalmente, lo scoppio iniziale che — secondo la teoria preminente nella comunità scientifica — è all’origine dell’universo. Il termine lo inventò uno che però non credeva alla Big Bang theory, Fred Hoyle, brillante eterodosso scienziato e scrittore di fantascienza. «Che quella faccenda complicata e complessa che è una cellula sia nata spontaneamente e per caso sulla Terra ha la stessa probabilità che un tornado, passando su un deposito di rottami, ne tiri fuori un Boeing 747 perfettamente funzionante», disse una volta Hoyle. Ecco, ora provate a sostituire le parole Renzi con tornado e Pd con Boing 747 e vi accorgerete che la sfida non è per nulla semplice. Il sindaco però appare piuttosto sicuro di sé: «Usciremo dalla Stazione con una sorpresa. No, nessuna candidatura! Non saremo lì per affermare le ambizioni di qualche io, ma per mostrare che siamo già un noi». Alla Leopolda parteciperà anche il governatore Enrico Rossi, che inizialmente aveva annunciato la sua presenza soprattutto a Bologna e all’Aquila. «Bisogna dare un’impressione di unità e di forza, come un grande partito quale è il Pd. Renzi non fa inviti ma penso che compatibilmente con i miei impegni istituzionali andrò ad ascoltare». Alla Leopolda, come l’anno scorso, non ci saranno simboli di partito. «Ognuno ha il suo stile», spiega il segretario regionale del Pd Andrea Manciulli, convinto però che anche alla Leopolda «ci saranno idee positive per il centrosinistra; perlomeno, io ascolterò quelle». Ieri c’è stata l’assemblea di MoDem, la minoranza del Pd che vale il 25 per cento del partito. L’incontro si è aperto con la proiezione del discorso di Steve Jobs a Stanford e ci è mancato poco che lo candidassero post mortem alla guida del Pd. In un discorso qualcuno lo ha pure citato come se fosse intervenuto («come ha detto Jobs in apertura…») e anche la Melandri ha provato a spiegare che Jobs è uno del Lingotto («ripartiamo da lì, da quando Jobs dice…»). Ma al di là dei veltroniani immaginari, l’ex sindaco di Roma ha ribadito che il suo obiettivo è un governo di transizione, «e se parliamo di primarie o di elezioni ne indeboliamo la possibilità», punto su cui diverge da Renzi, visto che il Cyberscout vorrebbe andare subito al voto. Veltroni ha parlato anche delle convention di ottobre. «Ben vengano i tre convegni dei giovani che sono in programma nelle prossime settimane, ma alcuni non mi sembrano tanto giovani, visto che li conosco da una trentina d’anni…», ha detto velenoso l’ex segretario del Pd. «Io considero queste iniziative un fatto positivo, a una condizione: che non facciano l’errore che imputano agli altri: aprano porte e finestre, perché i giovani di cui il Pd ha bisogno non sono solo quelli che hanno responsabilità amministrative, abbiamo bisogno di raccogliere energie che vengano dall’università, dal mondo del volontariato, dall’associazionismo, da casa loro. Conosco giovani intelligenti che sono ai margini, perché quando sono andati a una sede di partito gli hanno chiesto: con chi stai? Loro hanno girato le spalle e se ne sono andati. Avevano ragione loro, non chi gli faceva la domanda». Su porte e finestre ogni riferimento di Veltroni a Renzi sembra non essere casuale.

David Allegranti
twitter @davidallegranti

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