Steve Jobs, il Rinascimento ora lo trovi in un computer

dal CORRIERE FIORENTINO, 7/10/2011

Mentre cerchiamo post-mortem di dargli il giusto tributo che forse nonostante tutto —senz’altro per invidia — ci siamo rifiutati di concedergli in vita, e quindi diciamo che è stato il Leonardo da Vinci dei nostri tempi, oppure che è stato come Thomas Edison o Einstein, senza dire davvero la banale verità, al netto dei campanilismi cimiteriali, e cioè che Steve Jobs era Steve Jobs, punto, e che dire questo basta a ricordarlo e glorificarlo. Mentre insomma ci affanniamo a cercare la parola giusta, il ricordo giusto, la frase a effetto, mentre ci balocchiamo con i giochi di parole dicendo che adesso Dio potrà sfogliare le tavole della Legge su un iPad, ecco mentre facciamo tutto questo, ci accorgiamo che basta guardarci attorno. E vedere che le nostre dita scorrono sulla tastiera di un iMac mentre ascoltiamo dall’iPhone le canzoni di Cat Stevens scaricate da iTunes, e che era stata la sveglia dello stesso iPhone a tirarci giù dal letto al mattino, e che poco prima di metterci a scrivere avevamo letto i giornali (anche) sull’iPad. Nell’epoca dei venditori di fumo, dei finti rivoluzionari che non riescono neanche a rivoluzionare se stessi, del cialtronismo vorticante che spazia dall’economia alla politica, di una classe dirigente così inadeguata da essere soltanto preoccupata di autorappresentarsi per salvare il proprio culo e anche il proprio cul- to, Steve Jobs ci ha venduto la sua religione laica senza mai farci pentire dell’acquisto. «Se ne va il Cristo dei compu- ter», ha titolato il Foglio un mese fa quando si era capito che con l’addio di Jobs da amministratore delegato della Apple e l’annuncio che la sua biografia sarebbe uscita prima del previsto, a fine ottobre anziché in primavera, l’uomo che diceva think different sempre vestito con maglione, jeans e scarpe da ginnastica e che ci dava appuntamento un paio di volte all’anno per una delle sue messe chiamate più laicamente keynote, stava per lasciarci. Giuliano da Empoli, che è un Pc user e ci tiene a rivendicare la sua non appartenenza al credo di Cupertino, qualche tempo fa dirigeva Zero, una rivista di dibattito politico e culturale. Pubblicò una traduzione del famoso speech del fon- datore della Apple a Stanford che poi fu utilizzata dall’inserto tecnologico del Sole 24 Ore. In quel di- scorso c’era tutto: la visione di un sogno, l’incrollabile fiducia nel futuro, la consapevolezza che la vita è piena di momenti apocalittici inaspettati che possono cambiarne il corso, la certezza che in dono abbiamo poco tempo da usare su questa Terra e che non merita di essere sprecato. In quei quattordici minuti e trentacinque secondi c’era riassunto Steve Jobs. «Era un uomo del Rinascimento — dice da Empoli — che ha unito l’arte e la scienza per creare bellezza e in- trodurla in ambiti dove non c’era. Prima i computer erano oggetti neri, grigi, brutti, funzionali, lui ha reinventato il mondo della bellezza nell’alta tecnologia. Abbiamo avuto dei precedenti italiani, co- me l’Olivetti con Ettore Sottsass, che ha dimostrato che la bellezza poteva entrare dappertutto. Io — prosegue da Empoli — sono con- vinto che in California ci siano i nuovi umanisti, che portano avan- ti un’unione fra cultura umanista e scienza, come John Lasseter. Ma nessuno è come Steve Jobs, l’anti- Gates. Il fondatore di Microsoft pensa alla funzione di computer e software, fregandosene dell’aspetto artistico, estetico, culturale, Jobs invece aveva una concezione olistica, anche artigianale, del manufatto tecnologico». E ha vinto lui la sfida con l’altro occhialuto ex ragazzo della Silicon Valley. Nel 2010 Apple per la prima volta superò Microsoft per ca- pitalizzazione. «È stato un passaggio storico: dalla prima fase della rivoluzione informatica alla seconda, che comprende appunto aspetti estetici e culturali. In questo contesto l’approccio rinascimentale di Jobs è più vicino a noi, alla tradizione italiana e fiorentina. È il nuovissimo capitalismo che ritorna al punto di partenza. E per noi è sempre stato un motivo di speranza, e oggi continua a esserlo». Il problema però sta appunto nell’oggi, in quello spirito rinascimentale perduto. Se Steve Jobs come dice da Empoli è un personag- gio rinascimentale, la Firenze di oggi non è più quella di cinque o seicento anni fa, ma assomiglia terribilmente a quella raccontata da Giovanni Papini: «Se girate le migliori strade di questa città non vedete altro che alberghi, pensioni, case e camere ammobiliate, caffè per stranieri, uffici per gli stranieri, spedizionieri per gli stranieri, stanze per il thè, negozi di antiquari e di rigattieri, botteghe di statue e di statuine; corniciai, stucchinai, alabastri, venditori di copie di quadri di galleria, di fotografie artistiche, di cartoline illustrate, di trine antiche, di libri antichi, di stampe antiche, di stoffe an- tiche, di false anticaglie, di falsi cocci del Seicento, di false vecchie gioiellerie, di ricordi di Firenze in bronzo, in ferro, in maiolica, in le- gno e in carta pesta. Eppoi da tutte le parti musei e gallerie, gallerie e musei. Senza contare i grandi musei dello stato noi vediamo i palazzi comunali, i palazzi privati e perfino le case qualunque, ma illu- stri per un verso o per un altro, tra- sformate in museo. Ci son le ville museo, le botteghe museo, i chiostri museo, i conventi museo, le chiese museo, le logge museo. Tutta la città, un giorno o l’altro si potrà chiuder dentro da un muro e farne un gran museo col biglietto d’ingresso di cento lire». Erano righe del 1913, ma potrebbero essere state scritte nel 2000 o nel 2011. La fiorentinità nella sua accezione deteriore è proprio quello di cui parla Papini. È pensare che il nostro ombelico sia il centro del mondo, rinchiudersi nelle cinte murarie, negare se stessi all’esterno per timore che da esso non arrivi niente di buono o di migliore. Al punto tale che la città supposta progressista per eccellenza si rivela invece come la più conservatrice di tutte. E questo, invero, è molto poco Apple. Ieri sui video di Palazzo Vecchio, nei cortili pubblici, girava la prolusione fatta ai ragazzi di Stanford. Sì, quella che stiamo guardando e riguardando tutti in que- ste ore, giusto per non prendere troppo sul serio il Partito Democratico, i suoi scazzi interni, le mille discussioni sul nulla, le primarie, i gggiovani con tre g. È stata un’idea di Matteo Renzi, altro fan della Mela morsicata, per il quale il fondatore di Apple «ha osato il futuro, ha rivoluzionato il mondo. Steve Jobs da Cupertino è stato il Leonardo da Vinci del nostro tempo». Per chi ha visto Dead poets society, il discorso di Stanford era anche una lezione di leadership e soft power, e un insegnamento simile a quello del professor Kea- ting, che invitava i suoi ragazzi a cogliere l’attimo e a rendere straor- dinaria la propria vita. «Ricordarsi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. Perché quasi tutte le co- se — tutte le aspettative di eternità, tutto l’orgoglio, tutti i timori di essere imbarazzati o di fallire — semplicemente svaniscono di fronte all’idea della morte, lascian- do solo quello che c’è di realmente importante. Ricordarsi che dob- biamo morire è il modo migliore che io conosca per evitare di cade- re nella trappola di chi pensa che avete qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione per non seguire il vostro cuore. Essendoci passato attraverso posso parlarvi adesso con un po’ più di cognizio- ne di causa di quando la morte era per me solo un concetto astratto e dirvi: Nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E anche che la mor- te è la destinazione ultima che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere, perché la Morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della Vita. È l’agente di cambiamento della Vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Adesso il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico ma è la pura verità. Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fa- tevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno che cosa volete realmente diventare. E tutto il resto, ragazzi, tutto il resto è semplice- mente secondario. Grazie a tutti». No Steve, grazie a te.

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