E Pippo trovò nuovi amici

dal CORRIERE FIORENTINO, 5/10/2011

Neanche un anno fa erano lì, insieme, a darsele di brutto con i dirigenti del Pd. Pippo Civati girava l’Italia, Matteo Renzi le tv. Oggi i due si sfidano a distanza. Mal si sopportano. Stanno organizzando due convention cui probabilmente parteciperanno in migliaia, ma evitando accuratamente di invitarsi a vicenda. Entrambi hanno trovato nuovi compagni di viaggio, Renzi punta sul fighettismo pop e sulla trasversalità e raccoglie i consensi di un certo mondo veltroniano lato sensu — non solo quindi nelle sue appartenenze correntizie interne al Pd —, Civati adesso piace a quelli cui non piaceva un anno fa quando stava con il sindaco.
Piace a Enrico Rossi, che — ha scritto ieri Repubblica — andrà a trovarlo all’assemblea di Bologna del 22-23 ottobre. «Ho accettato di andare lì come di andare altrove, all’Aquila il 16 ottobre con i quarantenni che si riunirono a Pesaro e poi anche a Napoli, ad incontrare i giovani con Zingaretti», ha spiegato il presidente della Regione Toscana. E pensare che l’anno scorso, più o meno di questi tempi, i toni di Rossi erano diversi: «Vedo che Civati ci dà lezioni: le prendiamo volentieri. Magari se in Lombardia provassero a vincere come in Toscana sarebbe interessante per il Pd». Sono solo volgarità, replicò il consigliere lombardo. La politica però è così: tra l’abbraccio e il vaffanculo (e viceversa) il passo è brevissimo, un po’ come in amore.
Per quanto i dirigenti del Pd si affrettino a dire che nel partito è tutto tranquillo, tutto a posto, tutto in ordine e ci sono pure gli uccellini che cantano fuori della sede nazionale di Largo del Nazareno, lo scontro è evidente. Non è (solo) una guerra dei giovani che sgomitano contro i vecchi incardinati alle loro poltrone. Le classi di età non sono un collante sufficiente in politica e se domani ci fosse un congresso anche i trenta-quarantenni che si sono riuniti per sottolineare quello che non va nella gestione bersaniana del partito si dividerebbero, non starebbero insieme. Ci sono alcuni elementi da prendere in considerazione in questa fase: la polarizzazione che Renzi è riuscito a creare sulla sua persona — spesso è forte la sensazione che stia ponendo un aut-aut: con me o contro di me — e un’altra divisione, che sul lungo periodo rischia di essere molto più lacerante. Quella che riguarda l’economia e il mercato del lavoro. Nel Pd ci sono diverse anime su questi due temi, una delle quali è senz’altro rappresentata da dirigenti come Stefano Fassina, responsabile economia del partito, ferocemente critici nei confronti del neoliberismo, di cui teorizzano adesso la fine, e Matteo Orfini, responsabile cultura e informazione, che si scagliano contro i teorici della flessibilità che hanno scambiato, negli anni, il liberismo per riformismo. Alla stazione Leopolda probabilmente non sentirete pronunciare simili j’accuse.
C’è poi la questione delle primarie, che l’altro giorno alla direzione nazionale del Pd è stata congelata, dopo essere molto stata agitata sui giornali. I veltroniani che da giorni ponevano la questione della leadership del segretario non sono intervenuti sull’argomento. Renzi non c’era, ma la notizia sarebbe stata se ci fosse andato. Intanto lui continua a contattare personalità per l’appuntamento di ottobre e si tiene fuori dalla discussione sulle primarie. In compenso duella su quelle che lui vinse a Firenze con l’ex braccio destro di Domenici, Giovanni Di Fede, all’epoca il garante delle regole: «Posi il probleme degli sforamenti di spesa dei candidati», ha detto Di Fede a Repubblica attaccando di fatto Renzi, definito un «cooptato» come presidente della Provincia. Il sindaco gli ha risposto: «Lui farebbe bene, prima di parlare, a farsi eleggere da qualche parte, visto che credo non gli sia mai capitato in vita sua». Ma è una polemica tutta fiorentina. Domenica sera Bersani era da Fabio Fazio a Che tempo che fa. Il conduttore gli ha chiesto di commentare alcune ipotesi di candidatura alle primarie del centrosinistra, tra cui quella di Renzi. «A tutti questi do un messaggio: adesso cerchiamo di occuparci di questo oggettino che si chiama Italia», ha detto. «Scegliamo lo spartito, cioè il programma essenziale e la coalizione, e poi scegliamo il suonatore». E mica è detto che sia un pifferaio magico.

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