Il rilancio di Rossi. Contro gli «altri mondi»

dal CORRIERE FIORENTINO, 10/9/2011

Il duello di Pesaro (via piazze) fra Matteo Renzi e Massimo D’Alema non è solo l’ennesima puntata di uno scambio di bacchettate che si ripresenta ciclicamente, non è solo teatrino della politica. Anzitutto assomiglia molto allo schema delle primarie fiorentine di quasi tre anni fa, quando Renzi manifestò l’intenzione — contro il volere di parte consistente del gruppo dirigente del Pd — di candidarsi e in cambio ricevette il suggerimento non richiesto di aspettare il suo turno. C’è chi gli disse di rimanere a fare il presidente della Provincia per un altro mandato (oggi è il segretario metropolitano Patrizio Mecacci che gli chiede di finire il mandato; Repubblica di ieri), chi gli pronosticò una sconfitta netta contro dalemiani e Cgil che appoggiavano Michele Ventura.
Nella cronaca politica di questi giorni c’è la storia recente dello scontro interno al Pd degli ultimi anni. Come ieri, oggi c’è Renzi che si candida contro il gruppo dirigente riscuotendo simpatie e appoggi anche in mondi estranei alla sinistra, con il supporto di imprenditori e banchieri che possano finanziarlo nell’assalto al cielo. Incontri ce ne sono già stati, e non c’è nulla di male in questo, il fund raising fa parte della politica (purché sia fatto nell’assoluta trasparenza). Come ieri, un pezzo dei dirigenti del Pd lo isola, come ha detto anche lui al Corriere Fiorentino, lo attacca e probabilmente vede in lui ciò di cui parlava ieri il direttore di Europa Stefano Menichini, pur senza citare il sindaco di Firenze, una specie di «cavaliere bianco» appoggiato da banchieri e capitalisti. Sono giorni e giorni che D’Alema e i dalemiani stanno pubblicamente agitando la teoria del complotto plutocratico, attaccando i grandi gruppi editoriali. Oltre all’attacco a banche e padroni, D’Alema e i trenta-quarantenni dirigenti più vicini a Bersani in questi giorni hanno speso molte parole per marcare la loro identità e il loro retaggio politico culturale. «Il turbo capitalismo ha fallito» (Matteo Ricci), «Dobbiamo tornare alla diversità del Pci» (Matteo Orfini). Dello stesso seme sono l’appoggio allo sciopero della Cgil e la critica al marchionnismo di Renzi. Il quale ai loro occhi appare con ogni evidenza un grimaldello. È in questa ottica che va probabilmente letta la sortita di ieri del presidente della Regione Enrico Rossi, subito sposata dal segretario toscano dell’Idv Evangelisti. «Per me l’alleanza naturale nel centrosinistra è quella tra Ps-Sel e Idv. È inutile rincorrere Casini, lui punta alla leadership del centrodestra. Costruiamo un’alleanza che pone al centro il lavoro e non il capitalismo finanziario».
La prima parte del ragionamento non è nuova. È il rifiuto di scendere a patti con il «capitalismo finanziario», perfettamente in linea con la paura dalemiana di un complotto, che è interessante. I candidati a poter essere, per usare ancora le parole di Menichini, un «Berlusconi buono» sono tanti. E fra questi nel Pd c’è anche chi vede in Renzi un potenziale sfidante alle primarie, utilizzabile da mondi esterni (leggi: «capitalismo finanziario») come cavallo di Troia. Renzi però dice che il Pd è casa sua, e che non se ne va neanche se lo cacciano. Vuole insomma giocare la partita nel partito. Anche perché, sinceramente, quanto gli converrebbe in un momento così — se anche ci avesse pensato — fondare una specie di Cosa di centro di cui da sempre si favoleggia? Il Cyberscout — e a qualcuno dei suoi sembra che l’abbia detto — forse teme molto di più l’effetto dirompente di gente come il sindaco di Napoli De Magistris e il suo populismo, che lo rende un concorrente sul terreno, inesauribile, dell’anticasta, piuttosto che D’Alema. In fondo finora lui e il gruppo dirigente del partito, a iniziare da quello precedente guidato da Veltroni, lo hanno sottovalutato, pensando che bastasse cooptarlo o normalizzarlo per disinnescarlo. Non è certo con i cambi di regole in corsa come la soglia del 40% alle primarie e la sovrapposizione di eventi come in occasione della prima Leopolda che i dirigenti del Pd possono mostrarsi competitivi nei confronti di Renzi. Anche perché è probabile è che queste trovate ottengano l’effetto contrario a quello sperato rendendolo, come i berci al teatro Verdi dell’altro giorno, digeribile anche a chi avrebbe qualche problema a votarlo.
David Allegranti
twitter @davidallegranti

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