Pd, i rottamatori anti rottamatore

dal CORRIERE FIORENTINO, 4/9/2011

PESARO — Non si candidano alle primarie. Non vogliono remare (troppo) contro Bersani, anche se nei suoi confronti c’è chi esprime delle perplessità, per esempio a proposito del timido atteggiamento sul referendum anti porcellum (cioè l’attuale legge elettorale). Il comune denominatore è l’età, ma non basta a sostenere che tutti marceranno compatti senza dividersi. «Se domani ci fosse un congresso — dice Matteo Orfini, dalemiano anche nel timbro e nel tono di voce, responsabile cultura e informazione del Pd — non staremmo tutti insieme». No, i TQ del Pd — Trenta-Quarantenni, un acronimo che non piace a nessuno dei partecipanti, questa è la cosa su cui c’è unanimità — non sono culturalmente e politicamente omogenei. Ma la sfida al partito potrebbe arrivare lo stesso, perché per la prima volta il giovane gruppo dirigente del Pd, per buona parte cooptato, sembra voler dire no alla cooptazione e alla fedeltà al leader come prerequisito per fare politica.
Il convitato di pietra, a Pesaro, per tutta la giornata, è Matteo Renzi. Nei primi interventi si citano sue frasi senza mai nominarlo apertamente. E quando ringraziano un Matteo, i partecipanti si riferiscono sempre a Ricci, trentasettenne presidente della Provincia di Pesaro-Urbino, uno degli organizzatori dell’incontro, che dice che si può essere nuovi ma restando «di sinistra». Ci sono oltre 200 persone nella sala del Consiglio provinciale. Hanno usato quella perché, dice Orfini, «qualche burocrate di partito ci ha impedito di svolgerla all’interno della festa, non capendo quello che volevamo fare qua dentro». Molti interventi in materia di economia e mercato del lavoro sono, appunto, molto di sinistra. «La crisi non è congiunturale ma di sistema. La politica turboliberista è arrivata al capolinea» (Ricci). «Se siamo al punto in cui siamo abbiamo le nostre responsabilità. Siamo stati noi a dire che il liberismo è di sinistra, che è fico cambiare lavoro ogni due mesi» (Orfini). «C’è un tema di giustizia generazionale, che pone un problema di inclusione. Giustizia sociale, equità nella redistribuzione della ricchezza», (Nicola Zingaretti, che quando parla strappa l’applauso più fragoroso, ed è il più papabile a fare il leader della banda, ma ha ambizioni da sindaco capitolino). A giro ci sono, e intervengono, Silvia Velo, Pina Picierno, Stefano Fassina, Francesco Boccia, Andrea Orlando. Alla fine dalla Toscana non sono venuti (causa impegni) Andrea Manciulli, Andrea Barducci e Patrizio Mecacci.
Parla Pippo Civati, che sfoggia un nuovo look: barba e occhiaie. Dice una cosa su cui tutti sono d’accordo, il limite dei tre mandati come da Statuto. «Perché gli articoli dello Statuto vanno rispettati tutti». Quindi anche quello che dice che il candidato premier lo fa il segretario di partito, cioè Bersani. Un avvertimento al Cyberscout naturalmente. «Bisogna creare aspettativa, ci vuole creatività. C’è bisogno di sogni, senza appaltarli a Nichi Vendola». Poi inizia il tiro al bersaglio. Dice il presidente della Provincia di Potenza Piero Lacorazza: «Troppo facile dire dimezziamo i permessi sindacali. Provi a farlo qualcuno che governa una città». Provi a farlo insomma il sindaco di Firenze, che per l’appunto l’aveva chiesto nei giorni scorsi. Il brainstorming è in funzione e il risultato finirà in un sito (Rifarelitalia.it) in un documento politico, quattro-cinque punti, con la sintesi della giornata. A ottobre altro incontro, stavolta nazionale. Forse a Roma. Gli organizzatori non rivelano la data ma qualcuno fa intendere che potrebbe anche essere molto ravvicinato alla «Leopolda 2» di Renzi. L’obiettivo sembra essere chiaro: rottamare il Cyberscout.
Lavoro, economia, giustizia. Etica. Caso Penati. Parla Ivan Scalfarotto, vicepresidente del Pd: «Io non voglio fare il giustizialista. Ma nella nostra comunità dobbiamo avere una certa reputazione. Io vorrei che nostri candidati fossero come il farmacista bravo, quello che ha parola per tutti, non il palazzinaro intrallazzone». Più tardi dirà Stefano Esposito, deputato: «L’idea che Penati sia già colpevole di cosa è stato scritto sui giornali io lo trovo uno scempio della cultura garantista». Ping pong sulla giustizia, ma anche sull’economia. E su Renzi. Dice Scalfarotto: «Ci sono cose su cui con Renzi non vado d’accordo per nulla, ma le sue posizioni in economia mi convincono più di altri. Io sono liberale. Poi certo, mi piacerebbe che non facesse le cose da solo. Non abbiamo bisogno di un altro leader carismatico ma di una classe dirigente diffusa». Ecco, qui la pallina da ping pong si ferma. Perché su Renzi il giudizio è abbastanza condiviso: lui corre da solo, non gli interessa, dice Civati «stabilire una relazione politica». Ed è qui, dice Zingaretti, che praticamente si mette a fare una lezione di storia: «Il berlusconismo ci è entrato nella spina dorsale, con l’ossessione del leaderismo».
Proposte. «In un momento di crisi la patrimoniale è necessaria», dice Serracchiani. E ancora, aggiunge l’eurodeputata: lotta all’evasione, sì al referendum anche se non le piace, «maggiore trasparenza nel finanziamento ai partiti». Ma soprattutto: «Da qui deve nascere una rete. Noi non staremo insieme perché siamo contro Renzi, o perché siamo contro la classe dirigente, ma perché abbiamo idee. Non contro qualcuno, ma per qualcosa». E vorremmo ben vedere: ci manca solo che, come prima (r)innovazione, la guerra di religione fra veltroniani e dalemiani venga sostituita da quella fra renziani e antirenziani!

David Allegranti
twitter @davidallegranti
RIPRODUZIONE RISERVATA

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1 Commento

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Una risposta a “Pd, i rottamatori anti rottamatore

  1. Luisa

    Vogliamo la foto di Pippo con la barba. Perché, secondo me, neanche gli crescono i peli…

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