La politica a tutto marketing

di DAVID ALLEGRANTI dal CORRIERE FIORENTINO

E’ molto bello che Firenze abbia trovato una nuova visibilità nazionale, mediatica, politica, cercando di uscire dalla ristrettezza della cinta muraria, guardando oltre la straprovincia. Il merito è soprattutto del Cyberscout, del suo iperattivismo e della sua capacità di comunicazione. Anche l’ultima sortita su San Lorenzo, rifare la facciata come la voleva Michelangelo, è parte di un rituale che abbiamo visto spesso in questi due anni: Renzi butta il sasso nello stagno, i rospi si agitano, i giornali parlano di lui, si apre un «dibbbattito», i dirigenti del Pd lo mandano a quel paese, la gente lo applaude, lui risponde «avete visto, io sono l’innovatore, loro i conservatori», i fan su Facebook crescono, lui fa sondaggi per vedere quant’è diventato popolare con l’ultima trovata. Tutto purché se ne parli, perché la pubblicità per funzionare ha bisogno di essere alimentata, bisogna che le persone ne discutano, e anche il fatto che qualcuno la stigmatizzi è segno che l’obiettivo è stato raggiunto e che l’indifferenza (il vero pericolo) è stata scacciata. L’effetto collaterale di questa campagna di notorietà è che tutto adesso si trasforma in un referendum: o perché Renzi ne propone uno, come nel caso di San Lorenzo, o perché quando lui lancia una proposta si viene subito inseriti fra i renziani o gli antirenziani a seconda della risposta, come se ogni volta si trattasse di dire «sì» o «no» al nucleare, senza affrontare seriamente il merito dell’idea. Ma è proprio necessario fare un referendum su ogni cosa, anche per decidere come si deve andare in bagno? Non ci sono le vie di mezzo fra il politburo e l’eccesso di partecipazione? Un’altra questione. In questi due anni molte delle scelte amministrative di Renzi sono state presentate come quella su San Lorenzo: «Questa città è piena culturalmente di facciate rifatte dopo, o di ponti rifatti dopo. E poi penso che non ci sia nessuno che possa discutere dell’enorme valore di comunicazione e di marketing che questa operazione porterebbe a Firenze, che riceverebbe tante attenzioni da tutto il mondo». Ora, il marketing va benissimo ed è persino divertente quando è creativo e non banale, ma perché tutto deve essere una grande operazione di marketing? Lo era la pedonalizzazione di piazza del Duomo e quelle che sono arrivate dopo, il teschio di Damien Hirst, presentato dall’assessore da Empoli «non come un’operazione di arte contemporanea, ma di comunicazione, una bomba che tu metti nel cuore di Palazzo Vecchio», i Cento punti, i Cento luoghi, la Notte bianca (tendenza veltroniana panem et circenses) e le facce nuove, che talvolta si sono rivelate però più vecchie delle precedenti, vedi l’ultimo caso di Salvatore Scino eletto nella lista Renzi. Firenze certo non può fare a meno dei turisti, purtroppo anche di quelli che la scambiano per il cesso di casa loro o una spiaggia della Versilia, e sarebbe sciocco per una città che vive anche grazie a loro trovare modi per rimandarli a casa e non farceli più tornare. Firenze sarà anche un bel marchio da spendere nel mercato del turismo, dell’arte e delle rottamazioni, ma perché il marketing deve essere fine a se stesso? Se la pubblicità è l’anima del commercio, può esserlo anche della città? Uno dei jingle pubblicitari di Renzi non era appunto vendere ma non svendere? E poi: sono sufficienti i giudizi estetici tranchant del sindaco, che quando qualcosa non gli piace – chessò, una fioriera fuori Palazzo Vecchio, il bar delle Murate, le bancarelle del mercato di San Lorenzo o appunto la facciata incompleta della basilica – dice «mi fa schifo» e buonanotte?

twitter.com/davidallegranti

30/7/2011


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