Il processo breve supera la prova «Ma il dolore non si prescrive»

Dal Corriere Fiorentino

ROMA— Al mattino, come dice un deputato della maggioranza, tira «un’aria da pipistrelli, si rischia di passare la notte qui» . Tutti precettati, impegni annullati, tutti rinchiusi nell’aula armati di iPad MacBook (Steve Jobs sarebbe contento di dare un’occhiata al Parlamento griffato Apple) per comunicare col resto del mondo e affrontare l’ultima giornata sulla prescrizione breve. Fuori ci sono i familiari delle vittime della strage di Viareggio e del Moby Prince insieme a quelli dei ragazzi della casa dello studente dell’Aquila. Il Popolo Viola e i partiti — Idv, Sel e anche il Pd che dà l’adesione ma senza pezzi grossi alla Tonino Di Pietro a gridare al megafono— solidarizzano e manifestano. C’è Daniela Rombi, con una gigantografia della figlia Emanuela appesa al collo. Vengono distribuiti volantini. «I 38 indagati della strage di Viareggio sono quasi tutte persone incensurate e, quindi, molti di questi usufruiranno della riduzione della prescrizione, potranno essere esclusi dai dibattimenti quindi uscire impuniti: nessuno responsabile di quanto accaduto a Viareggio!» . Striscioni a terra: «Verità, giustizia, sicurezza per Viareggio. Perché non accada mai più» ; «Valentina: il vostro treno ha portato via mia sorella e 31 persone» ; «La verità non si compra, la giustizia si pretende» . C’è anche il presidente Enrico Rossi con loro. Chiede che la prescrizione breve non venga applicata per i reati di disastro colposo. A Montecitorio, nel mondo parallelo, il vicecapogruppo del Pd Michele Ventura— senza iPad ma con uno sguardo adorante nei confronti di Bersani e soprattutto di D’Alema — tira le orecchie al collega Giachetti che ha appena attaccato Fini definendolo il «peggior presidente della Camera» . La mattinata scivola via così, nell’attesa di un colpo di scena che non arriverà; anzi a metà pomeriggio arriva persino la beffa quando si vota con scrutinio segreto su un emendamento dell’Idv al ddl e la maggioranza tocca quota 316 guadagnando sei deputati rispetto alla soglia prevista scatta la caccia ai franchi tiratori). All’ora di pranzo quattro deputati toscani del Pdl — Bergamini, Mazzoni, Parisi e Bonciani— accompagnano Maurizio Paniz, relatore del provvedimento. La signora Rombi si stacca dal corteo e raggiunge i parlamentari. Chiede spiegazioni, rassicurazioni: salta o no il processo per la strage di Viareggio? Paniz ripete quello che il ministro della giustizia Alfano aveva detto il giorno prima in aula: la prescrizione nel caso della strage di Viareggio arriverà dopo 23,3 anni; ora arriverebbe dopo 25. Può un processo durare così tanto, dice il deputato berlusconiano? «Sì ma se anche voi dite che non un provvedimento così rivoluzionario perché lo fate?» , ribatte lei che non è molto convinta e più tardi dirà: «Dicono che non è vero che ci sarà il processo breve, che sono tutte balle. Ma il dolore non va in prescrizione» . Contestato Paniz: «Se lei avesse un figlio di vent’anni, cosa direbbe?» gli grida un signore del comitato per le vittime della casa dello studente dell’Aquila. Poco prima era passata la fischiatissima Santanché («vergogna, vergogna» , le urlano), che si era rivolta alla Rombi: «Glielo dico da madre, non dia retta a quello che scrivono i giornali» . Per tutta la giornata, Pdl e Rossi litigano a mezzo stampa senza incrociarsi mai in piazza (il presidente dopo un paio d’ore è dovuto tornare in Toscana per impegni istituzionali). L’emendamento richiesto da Rossi non passa. «Pdl e Lega, nella foga di far evitare a Berlusconi i processi che lo riguardano, hanno deciso di trasformare l’Italia nel Paese delle tragedie impunite» , commenta il governatore. «È incredibile che si continui a mistificare la verità sui tempi del processo per la strage ferroviaria di Viareggio, persino di fronte all’evidenza e al dolore dei familiari delle vittime» , dicono Parisi, Bergamini, Bonciani e Mazzoni. «Ai familiari abbiamo confermato quanto già detto in aula dal ministro Alfano, e cioè che la prescrizione per i capi di imputazione più gravi del processo di Viareggio non avverrà prima del 2032 e, per l’omicidio colposo plurimo, addirittura nel 2044. Tempi, dunque, estremamente ampi per accertare tutte le responsabilità. Abbiamo anche dovuto confutare un’altra ridicola diceria, in base alla quale i tre gradi del processo avrebbero tempi contingentati, superati i quali interverrebbe la prescrizione. Niente di più falso: non esiste alcun contingentamento dei tempi del processo» . Questo infatti era previsto nel vecchio testo arrivato dal Senato. L’estinzione, conferma il capogruppo del Pd in commissione giustizia Donatella Ferranti, non c’è più. «Rossi evidentemente ha letto il vecchio testo» , spiega lei. La Commissione presieduta dalla finiana Giulia Bongiorno ha infatti confermato i «termini di fase» per ciascun grado del giudizio, diversamente articolati in funzione della gravità del reato: per i reati puniti con pena inferiore a dieci anni: tre anni per il primo grado; due per l’appello; un anno e sei mesi in fase di Cassazione; un anno per ogni ulteriore grado del processo nel caso di annullamento con rinvio da parte della Corte di cassazione. Per i reati puniti con pena superiore: rispettivamente, quattro anni, due anni e un anno e sei mesi e un anno. Per reati di particolare allarme sociale, tra i quali quelli di mafia e terrorismo: cinque anni, tre anni, due anni e un anno e sei mesi. Tuttavia, il testo approdato in aula non prevede l’estinzione del processo nel caso di «sforamento» dei termini previsti dal provvedimento, ma una comunicazione da parte del capo dell’ufficio giudiziario cui appartiene il giudice che procede al ministro della Giustizia e al procuratore generale presso la Cassazione. Comunque sia, alla fine la legge passa e torna al Senato. E fra un emendamento e l’altro, nel chiostro c’è anche tempo per parlare di altri temi che non siano la giustizia. A solleticare i parlamentari del Pdl, l’uscita del Cav sul Cyberscout riportata ieri da Libero. «L’unico bravo è Matteo Renzi» , ha detto lunedì sera a Villa Gemetto, raccontando d’aver ricevuto Fuori! con una dedica «molto affettuosa» . Renzi «è un berlusconiano, lo dobbiamo portare con noi» . In Transatlantico i colleghi fermano il coordinatore Toccafondi, e gli chiedono di darsi da fare. Lui un po’ irritato risponde: «Se Renzi fosse stato eletto in Lombardia in Veneto o in Sicilia sarebbe del Pdl. Ma è nato in Toscana e deve fare buon viso a cattivo gioco. Però non dite che è del Pdl per quello che ha fatto e detto, perché non è così» . Una tessera onoraria risparmiata (per ora).

David Allegranti 14/4/2011

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