Pato-Alfano, tra il Cav. e Matteo

Dal Corriere Fiorentino

Quando il Milan l’anno scorso aveva iniziato a comprare tutta quella gente — Zlatan Ibrahimovic, Robinho— sembrava chiaro tutti che la primavera avrebbe portato nuove elezioni. Insomma il ritrovato attivismo degli uomini del Cav. sul mercato pallonaro assomigliava parecchio a una tattica preelettorale, per galvanizzare tifosi e trasmettere un messaggio politico via calcio: squadra che compra, vince. E vincere è figo. Siamo però arrivati ad aprile e di voto imminente ormai si è smesso di parlare (tranquilli, fra poco ricominceremo), nonostante tutte le difficoltà di Berlusconi, assediato da magistrati e puttane, ma per sua fortuna non troppo impensierito da una sinistra ancora una volta incapace di risollevarsi. Altri acquisti sono arrivati in campo a gennaio (Cassano) ma anche in Parlamento, perché la maggioranza aveva bisogno di stampelle che non fossero solo i gol di Ibra da spacciare come modello dell’Italia che conquista vittorie su vittorie. Ecco quindi gli Scilipoti e i Razzi e tutti i trequartisti che cambiano casacca a metà campionato (ah, non solo nel calcio ma anche in politica non ci sono più bandiere come un tempo!). Insomma questo Milan primo in classifica è un po’ come lui, il Cav, e il mondo che lo circonda; pieno di vecchi che non vanno in pensione (Gattuso) e di giovani di successo che puntano al colpo grosso (Pato fidanzato di Barbara, un po’ come Alfano che spera di essere designato quale delfino/erede del centrodestra). Di là invece c’è la Fiorentina, che col berlusconismo milanista ha poco a che vedere. Vuoi per i successi che non sono paragonabili, vuoi perché sulla panchina c’è Mihajlovic, che praticamente non sorride mai, mentre l’era dell’ottimismo arcoriano offre sempre motivi per farsi una risata. La Fiorentina non ha giocatori ipnotizzati, perfino contagiati dal sorriso berlusconiano, come Seedorf che— guardatelo in certe interviste post partita— ogni volta che è accanto al Cav. gli prende in prestito i suoi sessantaquattro denti per far vedere che anche lui è fedele alla linea. La Fiorentina, come direbbe Renzi, è un po’ come il Pd. O meglio, per usare parole sue, «il Pd è come la Fiorentina, s’accontenta di battere la Juve ma non vince mai lo scudetto» . Oggi nemmeno si è potuta accontentata di battere il Milan, semmai si accontenta benissimo di essere a metà classifica, così come il Pd grida e strepita contro Berlusconi ma senza mai costruire realmente un’alternativa valida. Renzi, evidentemente, quando lo dice pensa a se stesso come re taumaturgo in grado di guarire il Pd dai suoi mali. Ma forse, chissà, il modello vincente per questa Fiorentina potrebbe essere lo stesso di quello renziano, fatto di rottamazioni o meglio, visto che di calcio di stratta, di turn over. In modo da non vedere più dirigenti del Pd con la faccia triste in tv o giocatori in casacca viola che tolgono la gamba perché l’anno prossimo se ne vogliono andare e quindi non si vogliono far male (il principio dovrebbe essere questo: chi ha il maldipancia, se non è essenziale, si avvicini all’uscita). Per non fare la fine del Pd di Bersani o la Fiorentina di Miha, per non chiedersi ogni volta chi possa essere il Papa (Waigo) straniero giusto per battere il Milan e Berlusconi. Ma forse non basta perché, caro Milan — come c’era scritto ieri su uno striscione della Fiesole— «Se Ruby non vale» …

David Allegranti – 11/4/2011

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