No, questo non è il Pd (la storia della sinistra vista da due generazioni)

Dal Corriere Fiorentino

di DAVID ALLEGRANTI a colloquio con FRANCO CAMARLINGHI

LIVORNO— In mezzo ai manifesti elettorali dell’epoca — belli, bellissimi, altro che quelli del Pd di oggi— in mezzo all’avviso che pubblicizza il concorso di bellezza miss Vie Nuove, ne salta fuori uno recente, contemporaneo, che non appartiene a quella propaganda ma dice tutto dell’oggi. Una sezione di partito piena di faccette operaie (niente a che vedere con quelle che oggi girano su Facebook), alle spalle una foto di Gramsci e una di Togliatti. E la scritta: «Ceci n’est pas Pd» . Partiamo da lì, da quel manifesto che alla fine piace a tutti e due, chi scrive e a Franco Camarlinghi, compagno di viaggio in questo giro storico-nostalgico a Livorno a vedere Avanti popolo, la mostra sul Pci nella storia d’Italia. Ci separano quarant’anni di età, siamo lontani per formazione culturale ed esperienza politica. Perfino il rapporto con la tecnologia è diverso, chi scrive non si stacca mai dall’iPhone, mentre Camarlinghi usa il Nokia solo per necessità. Questo qui non è il Pd: il popolo che compare nel manifesto è un altro, ha il viso indurito dal lavoro nelle fabbriche, non è quello democrat postmoderno gonfio di benessere italiano. Quella storia non c’è più, e ora c’è una mostra che la racconta. Didascalicamente. Franco si appunta una frase sulla brochure: «Del defunto non si può parlare che bene» . Dal punto di vista storico, dice, «non c’è un atteggiamento minimamente critico; la mostra è il santino di un parente caro a cui siamo affezionati» . Sulle pareti schermi con filmati, manifesti elettorali. Intorno sembra ci sia una rimpatriata di vecchi compagni che hanno partecipato a quella storia, magari potrebbero essere uno di quelli sul manifesto che dice che «questo qui non è il Pd» ; c’è Michele Ventura, c’è Riccardo Conti, c’è Alessandro Cosimi, c’è Gianfranco Simoncini, c’è Giovanni Gozzini, c’è anche Paolo Calosi con un maglione con la falce e il martello. Franco si aggira un po’ perplesso, prova a mettersi nei panni di un giovane (lui che ha 67 anni), categoria che peraltro qui non abbonda. «Ma i giovani guardando questa mostra cosa capiscono? Tu cosa capisci?» . Ci sono i pannelli con le didascalie e le date e la spiegazione di quel che successe in ogni decennio dalla nascita del partito, 1921, alla morte, nel 1991. «Il 1956 è stato un momento concretamente drammatico con tutto quello che ha significato in quel momento negli anni successivi: il 20esimo congresso del Pcus, l’invasione dell’Ungheria, l’uccisione di Nagy. Ma questo passaggio qui non si capisce. Non è una mostra storica, è un’agiografia; il caro estinto che merita considerazione e preghiere» . Raccolta di tessere fornite dai fiorentini, un questionario per chiedere se il compagno approva o no il progetto di un nuovo circolo ricreativo dato dai sestesi, spille, bandiere, filmati con i presidenti comunisti, i sindaci comunisti, la riproduzione digitale dei Quaderni di Gramsci (quelli veri sono rimasti a Roma da dove la mostra si è mossa). E poi ci sono questi fantastici manifesti (purtroppo molti solo digitalizzati) che battono nettamente le parole di Cosimi, sindaco di Livorno, che in apertura dice «non c’è bisogno di polemica, tutti in questa mostra ci si possono ritrovare» . Franco che quella storia l’ha vissuta non ci si ritrova. «Occupiamoci del futuro, è la che dobbiamo passare il resto della vita» , c’è scritto su un manifesto. «Basta con la D. C.» e sotto una scopa che porta vie le cartacce, che sarebbero la diccì. Altro che quelli di oggi con Oltre, Bersani corrucciato e maniche di camicie arrotolate. Oltre cosa?» , dice Camarlinghi. È riferito all’unico concetto che questa classe dirigente del Pd si attesta; bisogna andare oltre Berlusconi. Lo vedono come una parentesi, come andare oltre il fascismo» . Ma non potrebbe invece essere il messaggio di un superamento della guerra di religione fra berlusconiani e antiberlusconiani? «Dire che Berlusconi va sconfitto è comprensibile. Ma dire oltre significa oltre i 12-13 milioni che votano Berlusconi, significa non riconoscerli. E non si può andare oltre così: bisogna che ci siano 13 milioni che votano per te e gli altri 10 per l’altro. Loro vogliono andare oltre come se volessero cancellare la mentalità e l’atteggiamento politico della gente. Non è democratico» . Pieno di santini, in sala e sulle pareti. Quelli in sala, che camminano e non stanno in fotografia, si sono ritrovati come vecchi parenti davanti all’album di famiglia, «e invece che considerare lo straordinario cammino hanno fatto, in un certo senso malgrado il Pci, si commuovono senza nessun atteggiamento critico rispetto alla storia stessa» . È insomma un doppio album di fotografie, fra passato e presente, in cui gli aspetti negativi di quella storia spariscono. «Un meccanismo autoconsolatorio» . Per dire, spiega Franco: «Su un pannello c’è scritto: 1939, l’Unione Sovietica fa un patto di belligeranza con la Germania. Diciamo piuttosto che si spartirono la Polonia! E che poi ci furono le fosse di Katyn. Su questo pezzo di storia ci fu la rottura del Pci; se vuoi fare una mostra sulla storia del Pci devi dedicarci un pezzo enorme, visti i problemi di coscienza che comportò» . Insomma, così non c’è modo di capire che cos’abbia significato sul piano internazionale essere organici alla politica dell’Unione Sovietica fino agli anni Settanta. Alfredo Reichlin visitando la mostra ha detto che il «comunismo italiano era la formazione di una nuova umanità» . Franco non è molto convinto: «Era un’affermazione ricorrente. Ma alla fine di questa storia tutti hanno capito è che se c’è una cosa da non porsi come obiettivo è proprio fare un’umanità nuova. Prendiamola così com’è cercando di migliorarne atteggiamenti e condizioni perché la nostra sia una società più giusta» . E insomma dopo un paio d’ore a girare dentro i Bottini dell’olio quasi non si capisce neanche perché il Pci si sia sciolto, se era tutto così bello e le sorti così magnifiche e progressive. Forse il perché sta dentro quel manifesto contemporaneo che ci è piaciuto tanto.

27/3/2011

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1 Commento

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Una risposta a “No, questo non è il Pd (la storia della sinistra vista da due generazioni)

  1. Adamo

    la mia impressione invece era come di fili robusti di storia in atto.
    io sono di quelli che, avendo vissuto quella vicenda, marginalmente ma non troppo, da bambino fino alla maggiore età, oggi pensano che già nei primi anni ottanta si doveva rompere con Mosca e quindi chiudere il PCI per costruire allora una nuova cultura politica, già in nuce nella pratica amministrativa e nella storia politica di tanti comunisti (Camarlinghi n. 18 potrebbe pure essere uno di questi). anche se la vicenda interpretata nell’ottica della “doppia lealtà” risulterebbe, come si usa dire, molto più complessa.
    oh, david, l’articolo è come sempre pungente ed efficace! tuttavia ci sarebbe da riflettere sul perché dopo il dibattito storiografico degli anni novanta (dopo l’apertura degli archivi sovietici), dopo una discussione che si è via, via, banalizzata sui quotidiani tra “revisionisti” e “antirevisionisti”, negli anni duemila la ricerca storica non abbia più interagito con il dibattito pubblico, quello sì, spesso, fin troppo agiografico e superficiale. tralasciamo anche il fatto che le cattedre di storia diminuiscono nelle università pubbliche (non mi pare accada lo stesso in quelle private)?
    c’è perciò qualcosa di più profondo, che non si rappresenta solo con le facce dei militanti comunisti nei manifesti del pci confrontati con quelle dei piddì. o forse sì, chissà!
    mi viene di dirti che c’è certamente una responsabilità della politica, fin troppo dedicata alla ricerca di visibilità fine a sé stessa (siamo circondati anche da tanti personaggi improbabili) in esasperate ed esasperanti forme pubblicitarie e banali (solleticare il luogo comune più che cercare di fondare un senso comune). ma dobbiamo considerare anche che sarebbe necessaria una maggiore attenzione da chi, come voi giornalisti (lo scrivo a te per stima), ha una certa responsabilità nei confronti dell’opinione pubblica.
    però hai ragione, ce n’est pas PD!

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