La solitudine di Bondi prima tradito, poi beffato

Dal Corriere Fiorentino

Per mesi Bondi aveva provato a convincere lo spietato Tremonti che con la cultura ci si mangia eccome, che togliere soldi ai beni culturali in Italia è come levare la farina a un fornaio e chiedergli di impastare il pane. Risultato? Un bel niente. «Nemmeno dopo la fiducia sono riuscito ad ottenere i fondi per continuare le riforme» , ha detto al Corriere della Sera. Sicché alla fine Sandro Bondi, toscano di Fivizzano, aveva anche smesso di andare al ministero, e per tre mesi siamo stati senza ministro, fra l’imbarazzo della maggioranza e il godimento dell’opposizione, così felice di potergli dare addosso che, come ha scritto ieri Giuliano Ferrara sul Foglio, se avesse potuto avrebbe chiesto di votargli la sfiducia per «un’indiretta responsabilità nell’omicidio di Avetrana» . Da un paio di giorni l’incubo di Bondi è finito, potrà stare più vicino al Cav, anche se ormai il ruolo di primo consigliere se l’è ripreso Ferrara. E magari tornerà a fare quel che faceva un tempo, all’inizio dell’avventura nel solco del berlusconismo, cioè rispondere alle sue lettere («hai le mie stesse iniziali, S. B.» , gli disse il Cav). Eppoi potrà dedicare più tempo alla composizione delle sue poesie, libero di tornare a occuparsi del partito per provare a fare quello che non gli è riuscito da ministro, cioè qualche riforma: il compito ora è di riformare la cultura politica del Pdl. Ma non riuscirà a dimenticarsi forse della beffa più grande riservatagli dalla sua maggioranza: il reintegro del Fondo unico dello spettacolo nel giorno in cui Bondi lasciava via del Collegio Romano, uno sputo in faccia al più fedele della truppa berlusconiana. Fedele al punto tale da dirsi «soddisfatto per il mio amico Giancarlo Galan (il successore, ndr), che può intraprendere questa sua nuova esperienza politica di governo con maggiore tranquillità » e da aver anche lavorato — spiegano i tecnici del Mibac— perché lo stesso Galan potesse riavere quei soldi e non fare il ministro a mezzo servizio. Come a dire: io alla cultura ci credo davvero. Alla fine rimangono gli applausi, ipocriti come quelli che si riservano agli scomparsi, odiati quando erano in vita. Gli applausi governativi sono arrivati durante una riunione del Consiglio dei ministri in cui è stata letta una lettera scritta da Bondi alla sua maniera, con toni curiali e qualche decina di aggettivi ben distribuiti. Se si trattasse di senso di colpa per non aver fatto nulla o lacrime di coccodrillo, non è dato sapere. E poi ci sono gli applausi del Pd, che s’intesta la «vittoria del buonsenso» , ricorda che «questa politica suicida non l’abbiamo subìta in silenzio» e si accontenta così di vittorie surrogate, perché in Parlamento non era riuscito nella spallata finale (una delle tante a dire il vero; un po’ come Liz Taylor era l’ultima diva, e chissà cosa si scriverà di Brigitte Bardot). Insomma i parlamentari gongolano e battono le mani a Tremonti perché Tremonti ha staccato la spina a Bondi. Mah, contenti loro.

David Allegranti 25/3/2011

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