Il poeta di Fivizzano sfuggito all’Apocalisse

Corriere Fiorentino

Anche stavolta, dopo la fiducia del 14 dicembre, il governo italiano che sembra vivere solo di presunte votazioni cruciali, sfugge all’apocalisse. Per il momento, certo. Altre ne verranno. Le spallate sono annunciate nelle piazze, sui giornali, le opposizioni si proteggono con il mantello del Paese indignato, e ogni volta pare che Berlusconi e le sue emanazioni siano più di là che di qua. Ieri era il turno di Sandro Bondi, il sirenetto di Fivizzano che nelle estati scorse veniva fotografato mentre stava a mollo con la tshirt bianca e si sbaciucchiava con la sua compagna. Bondi improvvisamente per settimane è diventato il capro espiatorio su cui Terzo Polo e a rimorchio Pd e Idv hanno riversato praticamente le colpe di tutto: l’incapacità di spillare quattrini al collega Giulio Tremonti, i crolli di Pompei, l’aver privilegiato il suo ruolo nel partito di cui è coordinatore rispetto al ruolo di ministro. Mancava solo che qualcuno evocasse Ruby e la aggiungesse alla mozione di sfiducia per non farsi mancare niente, dopo il giacobinismo di Bruno Tabacci che a metà discussione ha detto “magari non la sfiduceremo in aula, ma la sfiduceremo nel Paese”, chiamando a raccolta tutti gli impegnati registi e scrittori e cantanti d’Italia per soverchiare il poeta di Vanity Fair. Lui, c’è da dire, con il ruolo di vittima designata ci si è sempre baloccato, confondendo la sfiducia politica con un attacco alla dignità personale. “Sono un ministro sotto accusa”, si presentò a Florens facendo l’elenco di tutto ciò che, secondo lui, aveva fatto di buono: “Ho sbloccato 100 progetti di rilievo economico e importanza nazionale, sveltito i lavori della metropolitana di Roma e Napoli, ho detto no allo scempio del Pincio a Roma, alla tramvia a Bologna, a quelle di Firenze che doveva passare dal Battistero…. Ho avuto la sfortuna del crollo del tetto frutto di un restauro degli anni 50 a Pompei”. Tutte cose ripetute ieri in aula. Ferito per la mozione, ha pure scritto un “cari compagni al Pd” per essere poi trafitto con armi spuntate dal terzopolismo dei Fini, dei Rutelli e dei Casini, ancora una volta dimostratosi incapace di dare spallate ad alcunché. Poi i sondaggi ci diranno di quanto è accreditato il Nuovo Polo e cosa ne pensa la casalinga di Voghera, ma per ora si deve accontentare di magre soddisfazioni: sconfitte fatte passare per vittorie morali. Fatto sta che Bondi – che iniziò la sua avventura scintillante nel solco del berlusconismo reale svegliandosi all’alba e facendo rassegne stampa per il Cavaliere e, in pochi lo ricordano, scrivendo anche per il Giornale della Toscana, di proprietà di quel Verdini con cui un tempo andava d’accordo – fatto sta dicevamo che Bondi alla fine il suo posto potrebbe pure lasciarlo comunque, ergendosi a protettore sacrificato del tempio di Arcore. Ieri in aula l’ha pure buttata lì, durante la sua relazione: “Se lei pensa che io sia attaccato alla poltrona si sbaglia”, ha detto a un deputato. E forse si sbaglia davvero, ma lo sapremo soltanto se e quando Bondi lascerà. Qualche segnale, dicono nel Pdl, in realtà c’era stato nei giorni scorsi. Non era casuale la sua assenza alla presentazione del protocollo sulla cultura firmato fra lui e Matteo Renzi a Roma, anche se si è giustificato dicendo che tirava una brutta aria e che la sua dignità era sotto scacco per la mozione di prossima discussione. Non era seduto vicino a Renzi, con cui per mesi si è accapigliato su tutto quel che transitava di culturale o presunto tale per Firenze: la proprietà del David, la biblioteca nazionale, il maggio fiorentino, la legge speciale. “I ministri del governo Berlusconi sono molto buffi”, disse una volta Renzi. “Non puoi trattarmi così. Ma chi ti credi di essere…”, gli rispose Bondi alla prima occasione. “Io sono il sindaco di Firenze”, replicò il Cyberscout. E insomma vicino al cerimonioso Gianni Letta c’è Paolo Bonaiuti a presentare il “nuovo modello di dialogo istituzionale”, il modello Arcore insomma delle contrattazioni dirette fra leader. E da ieri circolano voci che potrebbe essere proprio lui, Bonaiuti, qualora SB si dimettesse, il suo sostituto. Un altro che con Renzi si trova bene, e sarebbe dunque lecito aspettarsi nuove intese, amare per il Pdl locale che non riesce a digerire la linea Palazzo Vecchio-Palazzo Chigi. Ma finché Renzi piacerà al Cav. la gara fra i berlusconiani dei piani altissimi potrà essere solo quella nel dialogo con il “sindaco più amato dagli italiani”.

David Allegranti

27/1/2011

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