E fra i rottamatori all’ultima fermata è quasi un addio

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ROMA— Fine dei rottamatori? Il rischio è sempre più consistente. Matteo Renzi, l’ha detto molto chiaramente a Pippo Civati in questi giorni: correnti io non ne voglio e voi invece vi state comportando come tali. Il Cyberscout l’ha ribadito anche ieri in un’intervista all’Unità: i rottamatori «devono stare attenti a non diventare una micro corrente mariniana in sedicesimo. È il virus che ammala il Pd e quando ascolto parole sulle primarie dalla mattina alla sera o sento parlare di candidature e organigrammi, temo che la malattia possa attaccare anche i giovani» . A Renzi non piace il modo in cui si stanno strutturando i suoi rottamatori: referenti territoriali, iniziative che coinvolgano poche decine di persone (come la «controdirezione» di Roma o la Prossima Fermata di Bologna). Tutte cose insomma che rimandano a una concezione vecchia di partito, quella con le sezioni dove la gente andava a discutere. Ecco, il suo timore è che tutto si disperda in chiacchiere. Non ha senso, per Renzi, organizzare tante piccole manifestazioni, creando una specie di rete in grado di presentare candidati propri alle elezioni come è successo a Torino. Il sindaco peraltro, lì, avrebbe preferito appoggiare Piero Fassino, proprio come Sergio Chiamparino, sindaco con cui ha un certo feeling partire dal caso Fiat. Entrambi stanno con la linea Marchionne. «Renzi — ha detto ieri sul Riformista— è uno su cui puntare per il futuro. Visto che sono un pensionando vorrei umilmente chiedere ai vertici del Pd: non sarebbe il caso di ascoltare coinvolgere un po’ di più questo pezzo di partito che sul territorio ha dimostrato di avere capacità di governo? In caso contrario, inizierei a sospettare che requisito necessario per entrare nel gruppo dirigente nazionale del nostro partito sia il non aver vinto mai niente» . Renzi insomma vuole un’altra strategia: meglio fare un paio di grandi appuntamenti l’anno in grado di catturare l’attenzione dei media e della gente. Il resto serve a poco, e dà un’idea di politica vecchia, la stessa che Renzi vorrebbe rottamare. E poi ora c’è da dedicare attenzione massima al libro che uscirà fra qualche settimana: il Cyberscout ha in mente un tour in alcune città ed è in situazioni del genere che potrà creare altro consenso forse superiore a quello che raccoglierebbe se partecipasse alle tante iniziative sparse sul territorio. D’altronde lui si sta creando già la sua rete attraverso tante relazioni intessute anche con alti livelli istituzionali. L’accordo di ieri è il frutto di questo percorso, fatto di spregiudicatezza ma anche di successi da vantare. Finora insomma si è continuato a parlare dei «rottamatori di Matteo Renzi e Pippo Civati» , eppure le distanze fra i due stanno aumentando a vista d’occhio. Questioni di mera strategia, ma anche di sostanza. Il caso Fiat è uno di questi. La rottamazione in fondo è diventata un brand che ha portato consenso al sindaco di Firenze in questi mesi, dandogli nuova ribalta dopo il successo alle primarie del 2009. Sarebbe forse un errore abbandonarla del tutto. Il punto è capire chi oggi fra Civati e Renzi sia il vero proprietario del marchio. Ma soprattutto c’è una domanda da farsi: i rottamatori senza Renzi quanto possono reggere?

David Allegranti 15 gennaio 2011

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