Richiamo Lingotto Ma la sfida democrat passa da Mirafiori

Corriere Fiorentino

Dopo essersi diviso su questioni non propriamente dirimenti per il futuro italiano, dopo aver avviato dibbattiti (sì, quelli con due «b» ) sull’utilizzo della parola compagni, sulla possibilità di essere Democratici ma anche massoni e sul vado-non vado in piazza all’approssimarsi di qualsiasi manifestazione non organizzata dal partito, il Pd alla fine ha trovato qualcosa di più serio su cui litigare: il lavoro. Cioè quello che dovrebbe essere uno dei principali temi di analisi e proposta politica di un partito che ripete in continuazione di essere costituzionalmente «fondato sul lavoro» . Il caso Fiat e il marchionnismo tuttavia obbligano il più grande partito dell’opposizione a fare delle scelte uscendo dalle pur sempre necessarie riflessioni più ampie» o dal «ma anche» veltroniano, che poi è un modo per cercare di non scontentare nessuno. E mentre Bersani dice sì agli investimenti ma no allo strappo sui diritti il «maanchismo» , ridacchiava il Riformista ieri, ora è tutto suo), è invece proprio l’ex sindaco di Roma a essere molto chiaro dando il suo ok alla linea dell’amministratore delegato della Fiat. La stessa chiarezza rivendicata da Matteo Renzi quando pochi giorni fa sul Sole 24 Ore ha detto di stare dalla parte di chi scommette sul lavoro, della Fiat, di Marchionne. È la prima volta che il Lingotto non chiede soldi agli italiani ma investe in Italia in un progetto industriale… Oggi il lavoro si difende con un riequilibrio imprescindibile che passa dalla produttività: chiedere al lavoratore uno sforzo in cambio di occupazione e investimenti. La Fiat oggi è il motore di questa innovazione: qui non si tratta di stare dalla parte di un uomo, si tratta di credere o no in un futuro industriale» . Una posizione peraltro condivisa su Repubblica anche dal giuslavorista Pietro Ichino per il quale infatti «non si tratta di “stare con Marchionne”o “con la Fiom”, ma di chiedersi: in questo nostro Paese drammaticamente chiuso agli investimenti stranieri, vogliamo cacciare anche Marchionne?» . Sarà pure vero che la questione non è «stare » con qualcuno, ma lo smarcamento di Veltroni dalla linea del compromesso sul caso Fiat del segretario del Pd offre una nuova versione dell’eterno scontro fra dalemiani e veltroniani, che si sta reiterando in vista dei prossimi appuntamenti interni. Tra i quali ci sono la direzione nazionale del Pd il 13 gennaio e la presentazione di «Mo-Dem» , la corrente di Veltroni, a Torino il 22. Appuntamenti a cui Renzi probabilmente non prenderà parte per sottrarsi a polemiche, per evitare di essere tirato per la giacchetta. Eppure il gruppo dei veltroniani e il Cyberscout sembrano parlare uno stesso linguaggio, seppure non codificato e non trasformato (almeno per ora) in patti congressuali. C’è nella difesa a oltranza delle primarie, nel sì a Marchionne chiedendo un cambio delle regole di rappresentanza sindacale, la sfida alla guida del partito, quella che Renzi vorrebbe rottamare e che Veltroni vorrebbe battere se ci fosse un nuovo congresso. Gli interessi convergono, e non è un caso che W qualche mese fa abbia chiesto a Renzi di unirsi a lui per partecipare alla fondazione della sua corrente. E non è un caso che gli ex Margherita Beppe Fioroni e Paolo Gentiloni da tempo stiano corteggiando il sindaco rottamatore. In fondo il giovane Pd è sempre alle prese con i suoi soliti dolori, amplificati a distanza di tre anni dalla trasfigurazione di quello che doveva essere il progetto originario: due culture politiche, quella comunista e quella cattolica, che si fondono, una vocazione maggioritaria da sfoggiare con orgoglio di fronte ai soliti caravanserragli del centrosinistra (con il trattino o senza, vedete voi). Il Pd di oggi a guida socialdemocratica lato sensu non è sicuramente quel Pd lì. Forse alla fine Renzi, i rottamatori e Veltroni vorrebbero solo tornare allo spirito del Lingotto e non ci sarebbe niente di male, anzi. E chissà, forse stavolta potrebbe pure funzionare. Al prossimo giro però, magari risparmiateci i Calearo.

David Allegranti © RIPRODUZIONE RISERVATA

7/1/2011

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