Bersani e la grande fuga dal Pd: “Chi vuol discutere non esce”

DAL NOSTRO INVIATO

PISTOIA — «Non credo che la risposta possa essere: vado fuori». Cinema Astra, metà pomeriggio. Pier Luigi Bersani è a Lucca per sostenere il candidato Alessandro Tambellini, il prof che a maggio sfiderà il sindaco uscente Mauro Favilla. Platea piena, bandiere del Pd e dei Gd sventolanti. Poco prima aveva incontrato i sindacati. In attesa di salire sul palco commenta l’addio dei militanti pistoiesi del Pd e sostenitori della lista «Scegliamo Pistoia»: «Spero che ci ripensino, se uno vuol discutere non va fuori, sennò non discute più. Ci sono vari modi per risolvere le questioni, ma soprattutto ci sono dei luoghi dove discuterne».
Stop. E poi, oplà sulla seggiola, accanto a Tambellini, al segretario regionale Andrea Manciulli e al segretario provinciale Patrizio Andreuccetti, che parla di lavoro e giovani (lui ha 28 anni) e di come sia difficile metter su famiglia di questi tempi. Solleva una «questione demografica» più che una questione morale: la gente non fa più figli. Poi tocca a Bersani, nelle vesti di motivatore; spiega perché il Pd sta con Monti («O arrivava lui o ci tenevamo Berlusconi e finivamo come la Grecia»), ma spiega anche che se ci fosse il centrosinistra al governo andrebbe tutto molto meglio («Be’ certo, non è stato fatto tutto quello che avremmo fatto noi…»), e la gente si spella le mani anche se c’è una signora che si rivolge allo staff bersaniano e dice: «Ma su’ i’ palco metterci una donna che vi faceva schifo?» (son tutti uomini, in effetti). Di Pietro, invece, da Massa Carrara, dà al premier del «ragionierucolo da strapazzo».
In mezzo a leggi elettorali da fare-assolutamente-fare, articolo 18, bacchettate alla Lega, paralleli fra la crisi economica del ’29, quella politica del ’92 e quel che sta succedendo oggi, Bersani ripete quasi ossessivamente lo stesso messaggio: i candidati del Pd sono specchiati, seguono un codice morale, etico, «e sarà mica un caso se fra gli amministratori minacciati dalla mafia, la stragrande maggioranza sono nostri?». A chi pensa che i partiti siano finiti, che non servano più a niente, lui ripete quella parolina in continuazione: partiti, partiti, partiti. «Contro la cattiva politica non serve l’antipolitica ma la buona politica». Giù altri applausi. Non servono «partiti personali», aggiunge, con quelli poi si creano le corti «i valvassori e i valvassini». A qualcuno sembra un messaggio destinato a finire nelle orecchie di Palazzo Vecchio.
Finito il comizio, Bersani monta sull’autoblù e parte per Pistoia, dove al circolo dei lavoratori dell’AnsaldoBreda incontra una delegazione di operai e Rsu dell’azienda, che potrebbe essere ceduta al gruppo giapponese Hitachi Rail. «Credo che in settori come questo sia anche opportuno verificare la possibilità di accordi industriali, ma credo che tutto debba rimanere sotto il controllo italiano». All’incontro, poco prima di correre a cena al circolo di Ponte alle Tavole, c’è anche il candidato sindaco Samuele Bertinelli. Inutile chiedergli cosa pensi dell’addio degli iscritti del Pd, dal suo staff spiegano che per quello ci sono i segretari di partito. E i segretari hanno già parlato, tutti, dal più grande al più piccino. Eppoi il candidato sindaco è molto impegnato nella campagna elettorale. Per questo ieri l’altro non ha potuto concederci un paio di minuti, come spiega in un sms: «Da settimane faccio campagna elettorale occupandomi dei problemi della mia città. Ieri pomeriggio ho incontrato un gruppo di mamme preoccupate per la salute dei loro bimbi, 15 lavoratori che rischiano di perdere il loro posto di lavoro, 6 famiglie che non hanno l’acqua in casa, i cittadini di un paesino che si chiama Fabbiana, gli operai di AnsaldoBreda e dell’indotto. Non ho potuto rispondere a qualche decina di telefonate, compresa quella di mio padre». E meno male che la città è amministrata da un sindaco del Pd, altrimenti chissà cos’avrebbe detto.

David Allegranti

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